Grotte di Castro – Una cinquantina di piante di marijuana al confine tra i pascoli, inguaiano due allevatori di Grotte di Castro.
Secondo l’accusa, ce n’era abbastanza per confezionare circa 800 dosi. Ma fin dall’inizio della vicenda, nonostante entrambi siano stati denunciati per detenzione ai fini di spaccio di stupefacente, non è apparso chiaro se la “piantagione” appartenesse a uno, a tutti e due oppure a nessuno degli indagati.
Era l’8 agosto del 2010 quando le rigogliose piantine furono sequestrate. Il processo si è chiuso soltanto pochi giorni fa davanti al tribunale di Viterbo.
L’accusa ha chiesto una severa condanna a quattro anni di reclusione e a una multa di 18mila euro per ciascuno degli imputati.
Ma quella piantagione di marijuana, coltivata e cresciuta indisturbata sulla linea di confine tra i loro appezzamenti di terreno, in un piccolo fosso che segna il limite naturale tra le due proprietà, secondo i difensori Marina Bernini e Marco Valerio Mazzatosta non era la loro.
Il blitz dei carabinieri scattò in seguito a una soffiata, fatta ai militari della locale stazione da una fonte confidenziale.
Giunti sul posto, i carabinieri trovarono effettivamente 49 piantine, di altezza compresa tra i 50 centimetri e il metro e 20. Ma niente a casa, nel corso delle successive perquisizioni domiciliari, che potesse far pensare a un’attività di spaccio. Scarsi e superficiali, inoltre, i rapporti tra la coppia di pastori.
“Sono stati incastrati da terzi”, hanno sempre sostenuto i difensori, ribadendo l’assoluta inconsapevolezza da parte dei due imputati della coltivazione al confine tra i loro terreni.
Dopo quasi otto anni, nonostante la pesante pena richiesta, sono stati assolti.
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