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L'alambicco di Antoniozzi - Sempre a proposito di cultura

Viterbo come Roma dopo il sacco di Alarico…

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Alfonso Antoniozzi

Alfonso Antoniozzi

– A Viterbo la cultura non è morta, dicono congiuntamente il sindaco e l’assessore alla Cultura del nostro Comune al termine di una conferenza stampa, indi passano ad enumerare fatti, numeri e presenze che non riporto per amore di brevità, andatevele a cercare online (un po’ come siete abituati a far sempre, visto che dell’esistenza di alcune delle iniziative menzionate l’ho imparato dall’articolo apparso su rete, certamente non dalle plance pubblicitarie).

Neanche mia zia è morta. Sta su una sedia rotelle, a volte manco si ricorda più come si chiama, è convinta che il Kukident si chiami “Tic Tac” come le mentine, mi chiede come stiano i figli che non ho, e a ottantanove anni ci possiamo anche stare, ma non mi verrebbe mai da ammettere pubblicamente che sta bene semplicemente perché ancora riempie pagine su pagine di parole crociate, respira, e ogni tanto si accende pure una sigaretta.

Esiste il Tuscia Opera Festival, un’iniziativa privata. Esiste Caffeina, un’iniziativa privata, esiste Ludika, un’iniziativa privata. E con la bulimia estiva stiamo a posto. Esistono mille altre iniziative private. Ma poi?

Certo, esiste la Macchina di Santa Rosa, coi suoi begli elementi di viterbesità e anche con il suo recente museo. E una volta l’anno siamo serviti, anche in materia di spesa pubblica, perché se questo evento che “il mondo ci invidia” non diventa traino per altre iniziative che portino turismo, cultura e quindi denaro nelle casse dei cittadini, Viterbo resta quella che è: bellissima il tre settembre, un monnezzaro il quattro quando la città si risveglia in condizioni che nemmeno Roma dopo il sacco di Alarico. E senza un buon motivo per passarci più di mezza giornata.

La verità, gentili amministratori, è che continua a sfuggirvi un semplice assioma: le iniziative culturali viterbesi, a dire il vero non per vostro esclusivo demerito quanto anche per colpa di chi vi ha preceduti, continuano a prescindere dal territorio e dalle forze culturali presenti e radicate sul territorio. E questo è un fatto.

Andiamo avanti coi fatti? Volentieri.

Fatto: presto non ci sarà nemmeno più un cinema aperto in città.

Fatto: non c’è un teatro funzionante, comunale e degno di questo nome aperto in città.

Fatto: perché continuano a non venir chiariti alla cittadinanza gli evidenti punti oscuri nella procedura di affidamento, validazione del progetto, esecuzione della prima parte dei lavori di restauro del Teatro Unione e i motivi della sospensione degli stessi lavori, che hanno causato questo immane ritardo nella consegna del teatro?

Fatto: i denari stanziati per la stagione teatrale dell’Unione prima, dell’Auditorium di Gradi poi sono spiccioli rispetto all’esondazione di fondi che vengono destinati altrove.

Fatto: non esiste un progetto, che noi cittadini si sappia, reale e fattivo per il rilancio degli spazi che verranno riaperti (Unione, Genio). Come si farà? Quando? Quante serate l’anno? Di che genere?

Fatto: del poco che c’è, poco si sa.

Fatto: non esiste uno straccio di coordinamento, di filo conduttore, di trait d’union di quello che c’è.

Si è tanto parlato di un tavolo di coordinamento delle iniziative culturali. Non so se questo tavolo esista, ma se esiste si fa parecchia fatica a vederne i risultati.

Fatto: una serie di eventi non coordinati non vuol dire avere una chiara politica culturale, vuol dire fare la spesa all’ipermercato coi soldi che abbiamo in tasca perché se no il frigo piange miseria.

Fatto: pare continui a sfuggirvi che Viterbo non vuole eventi, vuole quotidianità, rilancio del territorio, riscoperta della propria cultura a partire dalle proprie radici.

Fatto: sono convinto che se ci mettiamo seduti davanti a un bicchiere di vino non sapreste dirmi quali e quante siano le associazioni culturali operanti sul territorio, e di che cosa si occupino. Io ve lo saprei dire, e non è nemmeno mestiere mio.

Una volta il sindaco, che continuo a stimare profondamente (e non lo dico nè per piaggeria né per partito preso) in occasione del mio “Barbiere” all’Unione (fatto: realizzato a costo zero per via dei tagli alla spesa culturale grazie alla tigna mia e dei miei collaboratori e alla determinazione del Tuscia Opera Festival) mi disse che stava facendo al meglio delle possibilità disponibili il suo mestiere.

Capisco dunque che, di fronte a centinaia di persone e di operatori culturali che denunciano i fatti sopracitati sfilando in città, finendo su testate locali e nazionali e raccogliendo impensati consensi da parte della cittadinanza faccia il mestiere suo e difenda la politica culturale del Comune.

Ma se “carmina non dant panem” (cosa che io smentisco quotidianamente col mio mestiere) le parole volano, i fatti restano.

Fatto: gli operatori culturali viterbesi chiedono di collaborare con l’amministrazione per assicurare alla città un’offerta che copra tutto l’arco dell’anno, e abituati come sono a ragionare di spiccioli non avendo preso, in alcuni casi, che le briciole dei finanziamenti stanziati e, in altri casi, manco quelle, sapranno far bene, e in economia. Vogliamo che andare a teatro, al cinema, a vedere una mostra, un happening, un vernissage, uno spettacolo di mimo, di danza, di poesia non sia un “evento”, ma diventi un “fatto” quotidiano. Vogliamo una città viva trecentosessantacinque giorni l’anno. Possiamo farlo. Ne siamo capaci.

E ci rode, ma tanto tanto tanto, quando vediamo fondi comunali che escono dal nostro territorio per finire nelle tasche di chi sa far peggio di noi. San Pellegrino in Fiore di quest’anno, autogestito, senza sprechi e senza fondi, ha fatto vedere di che cosa son capaci i viterbesi quando ci si mettono.

Noi ci siamo. Le idee non ci mancano. La tigna nemmeno. Vi chiediamo spazi e disponibilità all’ascolto. Che volemo fa’?

Alfonso Antoniozzi


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6 maggio, 2012

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