Viterbo – “E siamo noi a far ricca la terra. Noi che sopportiamo la malattia del sonno e la malaria. Noi mandiamo al raccolto cotone, riso e grano. E noi piantiamo il mais su tutto l’altopiano”. “Ti dico la disperazione di chi non trova l’occasione per consumarsi un giorno da leone. Di chi trascina la sua vita, in una mediocrità infinita con quattro soldi stretti tra le dita. Io ti racconto la pazzia che si compra in chiesa o in drogheria, un po’ di vino un po’ di religione”.
L’altro giorno a tarda sera è arrivata da un amico la notizia: è morto Lolli. E una mestizia è calata in casa.
Un dolore per un poeta che se ne va. I poeti sanno le parole. Sanno le parole della nostra anima. Dicono le parole che misteriosamente erano già dentro la nostra mente. Dicono, semplicemente, la “parola”. Conoscono il mood dei tempi in cui vivono.
Ecco Claudio Lolli, troppo spesso etichettato come “cantautore impegnato”, è stato molto di più. E’ stato un poeta. Come gridava Moravia al funerale di Pasolini. E di poeti “ne nascono tre o quattro soltanto dentro un secolo”. Con Lolli se ne è andato qualcuno che conosceva i nostri pensieri. Una volta si sarebbe detto che “se ne è andato un compagno”. E mi vien voglia di dirlo ma nel senso più alto del termine: se ne andato un compagno. Uno con cui si divide il pane, come da etimologia. Uno con cui abbiamo spezzato insieme il pane delle parole dell’anima.
Basterebbero due o tre frasi, due o tre canzoni di Lolli per riempire e giustificare la vita di ogni essere umano. Michel, Aspettando Godot, Anna di Francia, Io ti racconto. E non solo Ho visto anche degli zingari felici.
Lolli l’ho incrociato due volte, almeno. Ai tempi del liceo: la scoperta. Un altro giornalista allora ragazzino, Marco Giovannelli, scendendo di casa si portò appresso la cassetta di un certo Lolli, che aveva imposto alla Emi il prezzo politico: 3500 lire. Era proprio Ho visto anche degli zingari felici. Lì per lì non ci feci molto caso. Uno dei tanti cantautori. Amico di Guccini, che era il nostro cantautore. Niente di più. Poi la musica e le poesie di Lolli scavarono. E divennero la colonna sonora di tratti di vita più o meno dolorosi.
Erano anni in cui le amicizie si vivevano per strada e nelle piazze, come cantava proprio Lolli. E non su Facebook.
Una consonanza profonda con Lolli si era creata.
Lolli venne più volte a Viterbo. Lo andai a sentire a piazza della Rocca in uno splendido concerto sotto il porticato di palazzo Grandori. Spettatori una ventina. Il tutto organizzato, se non ricordo male, da Stampa alternativa. Il concerto era la riproposizione di Ho visto anche degli zingari felici riarrangiata e suonata insieme a un gruppo straordinario: Il parto delle nuvole pesanti. Un gruppo calabrese che “balcanizzò” l’opera di 27 anni prima.
Come dire che la bellezza spesso si trova in momenti intimi anche nel mondo della musica.
Lolli è stato per lungo tempo dimenticato. Solo l’altr’anno gli è stato riconosciuto formalmente il valore. Ha vinto la targa Tenco nella categoria Miglior disco dell’anno in assoluto con l’album Il grande freddo.
Ma la musica e le parole di Lolli rimarranno, e non solo nei cuori di una intera generazione che ha vissuto la politica, gli amori, la libertà come esperienze imprescindibili e autentiche. Rimarranno nella vita culturale di questa nazione.
Perché “siamo noi a far bella la luna con la nostra vita coperta di stracci e di sassi di vetro”.
Un abbraccio Claudio. E grazie per avermi accompagnato in questi tempi di barbarie.
Carlo Galeotti
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