Viterbo – Maxirissa di lunedì sera a San Faustino, la procura vuole la convalida dei sette arresti. Ieri il pubblico ministero Paola Conti ha depositato il ricorso per cassazione contro la decisione del giudice Gaetano Mautone. Il procuratore capo Paolo Auriemma spiega il perché.
Multimedia: Maxirissa a piazza San Faustino – video
Secondo il giudice Mautone, che martedì non ha convalidato i fermi, pur riscontrando i gravi indizi di colpevolezza, manca l’elemento più importante, ovvero la flagranza, perché quando la polizia li ha identificati, verso le 23,30, la rissa, cominciata attorno alle 20,40, era già finita da un pezzo e gli agenti non li hanno visti all’opera con i propri occhi.
Per il procuratore capo e il sostituto c’è la “quasi flagranza”.
Che cos’è la “quasi flagranza”
All’arrivo della polizia, la ventina di stranieri che avrebbero preso parte alla rissa scoppiata verso le 20,40 di lunedì scorso, il 20 agosto, si erano già volatilizzati. Sul posto, gli agenti hanno trovato tre romeni, feriti e con gli abiti stracciati. E grazie ai testimoni, hanno subito rintracciato nelle rispettive abitazioni i quattro africani, due in via Cairoli e due in via Pieve di Cadore. Anche loro feriti e con gli abiti stracciati. Le prognosi variano da due a cinque, quindici e venti giorni. L’età è compresa tra i 23 e i 31 anni. Sono cinque braccianti agricoli, un autista e un muratore.
“Quasi flagranza” per la pm Conti e per il procuratore capo della repubblica di Viterbo, Paolo Auriemma: “Per la ‘quasi flagranza’ – spiega il magistrato citando la stessa cassazione – il requisito della sorpresa del reo con cose o tracce del reato non richiede la diretta percezione dei fatti da parte della polizia giudiziaria. Ed è il nostro caso”.
“Qualunque sarà la decisione della suprema corte – prosegue Auriemma – il ricorso per cassazione servirà a mettere un punto fermo su come si deve comportare la polizia giudiziaria, perché la procura ritiene ci fossero i presupposti dell’arresto, convinta del proprio operato in sede di convalida e della correttezza dell’operato della polizia giudiziaria”.
Gli arrestati, attualmente indagati a piede libero per rissa aggravata e lesioni personali, avrebbero anche collaborato e fatto delle ammissioni. Ma, non essendo presente un difensore, sono inutilizzabili. Nessuna confessione durante l’udienza di (non) convalida. Consigliati dagli avvocati Silvia Grosso e Franco Taurchini, tutti e sette si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. E al giudice non sono bastati gli identikit dei testimoni oculari per la flagranza, nonostante le precise indicazioni, come il palazzo di via Cairoli dentro al quale due fuggitivi sono stati visti scappare, il colore verde della t-shirt di quello che brandiva una bottiglia oppure la “presa diretta” del lancio di una bicicletta di colore giallo da parte di uno dei contendenti.
La cosiddetta “quasi flagranza”, presuppone la immediata ed autonoma percezione, da parte di chi procede all’arresto, delle tracce del reato e del loro collegamento inequivocabile con l’indiziato. Per la procura ci sono sia l’immediatezza, sia le tracce del reato, ovvero gli abiti stracciati e le lesioni riportate dagli arrestati, identificati tutti nell’arco di un paio d’ore.
Non è così per l’avvocato Franco Taurchini, che difende i tre romeni: “Ha fatto bene il giudice a non convalidare i fermi”.
Al setaccio i filmati della videosorveglianza
Prima che la cassazione si esprima sul ricorso potrebbero passare mesi. Nel frattempo, come detto, i sette arrestati (tre romeni, un malinese, un ivoriano e due senegalesi) sono indagati a piede libero. Sono gli unici ad essere stati identificati, per il momento. Ma le indagini degli uomini della squadra mobile del commissario Donato Marano, coordinati dal sostituto procuratore Paola Conti, non si fermano. Al setaccio anche i filmati delle telecamere della videosorveglianza. Non si escludono sviluppi.
Silvana Cortignani
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