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L'opinione del sociologo - Per fare chiarezza su certi argomenti...

A proposito di sicurezza e daspo urbano

di Francesco Mattioli
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Viterbo - Francesco Mattioli

Viterbo – Francesco Mattioli

Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Alcuni recenti episodi di criminalità urbana hanno ridestato l’attenzione dell’opinione pubblica viterbese sullo stato della sicurezza cittadina. In realtà i dati statistici recenti suggerirebbero che, tutto sommato, Viterbo gode di un trend privilegiato nel campo della sicurezza urbana, cioè nell’ambito di quei reati che creano allarme sociale, come rapine, furti, scippi, aggressioni e comportamenti particolarmente molesti.

Se per il resto la qualità della vita della città è sotto la media nazionale, almeno per quel che riguarda quei delitti che attentano alla sicurezza del cittadino potremmo ritenerci abbastanza fortunati. Purtroppo esiste un singolare nesso tra sviluppo economico e criminalità, è il prezzo da pagare quando la società si arricchisce di complessità, di opportunità certo, ma per tutti, buoni e cattivi che siano… Chi non vorrebbe abitare a New York, a Londra o a Milano? Eppure si tratta di città, anzi di metropoli, che accanto ai mille diversi stimoli occupazionali, culturali, sociali presentano indici di criminalità altissimi.

Viterbo isola felice, quindi? In realtà non è proprio così. Perché quello che interessa non è solo il dato oggettivo: nella valutazione della qualità della vita urbana (qualche volta gli statistici se lo dimenticano) un ruolo fondamentale lo gioca la “percezione soggettiva del rischio”, quanto cioè i cittadini si sentono sicuri, tutelati, confortati rispetto a ciò che accade intorno a loro e quanto possano rimanere impressionati anche da singoli episodi.

Quel che conta insomma è a quale altezza si trovi l’asticella dell’attenzione e della sopportazione dei cittadini nei confronti della criminalità comune. Così accade che a New York la gente sia talmente abituata a vedersi circondata di delitti, da assuefarsi e sentirsi meno allarmata di quanto non accada a Viterbo, se da noi all’improvviso si verifica un episodio di cronaca nera. Non è un sottigliezza teoretica, perché poi sono gli amministratori e le varie istituzioni preposte all’ordine pubblico a doversi confrontare con gli atteggiamenti e le reazioni della cittadinanza, che potrebbe sentirsi più o meno tutelata.

Peraltro Viterbo non sarà forse un covo di criminali incalliti, ma si rivela città di incivilities, cioè di comportamenti devianti e di disordine sociale come il vandalismo, gli schiamazzi, il mancato rispetto delle norme più elementari di circolazione, la creazione di discariche abusive, ecc. Inoltre si ritrova nei bassifondi della graduatoria per quel che riguarda gli incidenti da traffico, la prostituzione, lo spaccio, i delitti contro il patrimonio e, soprattutto, per i pericoli derivanti da una cattiva gestione dell’ambiente e della salute pubblica, che sono da considerare parte integrante della valutazione della sicurezza urbana.  

Certi reati apparentemente “minori” d’altronde creano una condizione di microcriminalità diffusa, magari non particolarmente eclatante sul piano dell’ingiuria sociale, ma che  potrebbe costituire il brodo di coltura potenziale di ben più gravi investimenti criminali.

Va poi considerato che molti di tali reati si legano a un modesto livello medio di cultura, ad una scarsa partecipazione sociale, insomma al basso grado di educazione civica e di progresso sociale di una comunità.      

In ogni caso la città i suoi luoghi critici ce li ha: come si è potuto constatare più volte, e anche di recente, San Faustino, con una eterogeneità etnica che crea conflittualità e forme di microdevianza quotidiana; ma anche il centro storico monumentale, troppo spesso scenario di sbracate esibizioni notturne; e almeno fino a ieri pratogiardino Lucio Battisti, già luogo di spaccio, sostituito oggi da altri spazi operativi in periferia.

Per tutti questi motivi, la guardia non può essere abbassata; al contrario, oltre a mantenere viva la fase educativa, soprattutto verso le più giovani generazioni (prevenzione primaria), occorre una governance della sicurezza urbana inflessibile, puntuale in  grado di fare prevenzione secondaria (colpendo il reo grazie al continuo controllo del territorio) e terziaria (scoraggiando l’atto deviante, ad esempio con un massiccio uso della videosorveglianza).

Si dirà che troppo spesso i meccanismi giudiziari hanno scarsa funzione deterrente, ma questo è un vecchio discorso che si situa sul delicato crinale che riguarda i diritti e la tutela della persona, la funzione non meramente afflittiva della pena, l’equilibrio necessario tra giustizia e repressione, tutti argomenti che qui non possiamo approfondire.   

Ma il compito di controllo non è soltanto quello delle istituzioni. Anche i cittadini dovrebbero essere stimolati a vigilare e a supportare il lavoro delle forze dell’ordine. E’ un cittadino quello che partecipa, che si attiva; è un suddito quello che si aspetta con indolenza che siano le autorità da sole ad intervenire.

Ovviamente, se in Italia la certezza della pena non è così garantita, se il senso civico del cittadino viene messo a dura prova dal rischio di conseguenze burocratiche e giuridiche controproducenti, è chiaro che diventa complicato collaborare con le forze dell’ordine. Allora, chiedersi “Chi me lo fa fare?” può diventare più appetibile che indignarsi e reagire… Anche su questo fronte le istituzioni e la società civile hanno molto da lavorare.

Un impulso notevole al controllo dell’ordine pubblico ordinario giunge dalle nuove norme vigenti, quelle che vanno sotto il nome di “Decreto Minniti” sulla sicurezza urbana, che oltre a confermare il ruolo fondamentale dell’amministrazione locale nel fiancheggiamento delle forze dell’ordine, realizzando una “strategia di sicurezza integrata” sul territorio, introduce il cosiddetto “Daspo urbano”, misura concreta e immediata di allontanamento di tutti coloro che si macchiano di comportamenti atti a limitare, pregiudicare, molestare o offendere la libera  convivenza civica.

Tuttavia è chiaro che tutto questo va trasformato in prassi, e in una prassi virtuosa; cioè in una metodologia di governo della città coerente e soprattutto di alto profilo, onde impedire che si verifichino due derive troppo spesso accarezzate da certi contrapposti schieramenti ideologici.

Da un lato infatti – e oggigiorno sempre di più – c’è chi agita il mai sopito squadrismo di quei farisei che tagliano il mondo in due sentendosi sempre dalla parte giusta e credono che con un assestato colpo di spugna ( o di manganello…) si possa fare repulisti e giustizia sommaria. Dall’altro si ergono i nostalgici del “vietato vietare” – è accaduto persino con il Daspo – che temono chissà quale attentato alle libertà fondamentali  del cittadino, agitando a sproposito i fantasmi di Orwell.

Ambedue queste posizioni estreme ignorano che oggi i cittadini chiedono di godere di crescenti tutele e di migliori certezze in una convivenza urbana sempre più complessa e in divenire, e che quindi  occorre analizzare e valutare seriamente non solo le opportunità, ma anche i rischi e il disagio sociale che tale convivenza è in grado di generare.    

Francesco Mattioli


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9 settembre, 2018

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