Viterbo – (sil.co.) – Oltre al danno la beffa. Assieme a un vicino crede di comprare un apparecchio casalingo per depurare l’acqua del rubinetto, invece compra solo una scatola vuota per la quale si ritrova a pagare le rate addebitate direttamente sul suo conto dalla ditta produttrice.
A sorpresa la denuncia per truffa viene archiviata, mentre è lui a finire sotto processo per calunnia perché, secondo il gip, avrebbe sporto querela per non pagare le rate e tenersi a sbafo il depuratore.
L’uomo, un viterbese, difeso dall’avvocato Luca Chiodi, è stato assolto ieri dal giudice Elisabetta Massini, ma ci sono voluti sei anni, un sacco di spese legali, tanta rabbia e soprattutto un’attesa di ben sei anni dall’acquisto.
“Il mio assistito si è salvato da una condanna seria, come quella prevista per chi si macchia del grave reato di calunnia, per due ragioni. La prima è che la ditta, nel frattempo, ha ammesso l’accaduto e restituito alla vittima i soldi delle rate pagate. La seconda è che la nostra perizia grafologica di parte ha dimostrato come non fossero sue le firme sul contratto di acquisto. Ma il poveretto si è dovuto sobbarcare anche delle spese della consulenza”, ha spiegato il difensore.
Il presunto rappresentante, accolto con tutti gli onori in salotto dai due uomini, quando si sono detti interessati all’acquisto, avrebbe detto loro di non avere con sé i moduli dei contratti, ma di di poter procedere lo stesso se gli avessero dettato i rispettivi dati, in modo da farglieli avere al più presto compilati per la firma.
Fatto sta che il depuratore è arrivato in un baleno: “Peccato che fosse un inutile pezzo di ferro, una scatola vuota, visto che mancavano i pezzi”, ha spiegato la vittima dopo la sentenza di assoluzione. I pezzi non sono mai arrivati e nemmeno i contratti da firmare: “Quando abbiamo scoperto che stavamo pagando le rate e che i contratti erano stati compilati usando i nostri dati ma con firme false, il venditore si era bello che volatilizzato”, ha sottolineato il viterbese.
“Oltre al danno, la beffa. La denuncia per truffa non solo è stata inutile, ma si è rivelata dannosa. La ditta ha deciso spontaneamente di risarcire e l’avrebbe fatto comunque. Io invece, sporgendo querela, ho rischiato di venire condannato per calunnia. E’ stato un incubo lungo sei anni. La legge, sin cui confidavo perché venisse fatta giustizia, mi si è ritorta contro”, ha detto, sollevato dall’esito del processo, ma amareggiato dal fatto di sentirsi vittima due volte, di chi gli ha venduto il depuratore farlocco e di un’ingiustizia.
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