Blera – (sil.co.) – E’ stato condannato a un anno per stalking e rimesso in libertà dopo la sentenza il sessantenne di Blera arrestato dai carabinieri lo scorso 7 maggio, il giorno dopo che aveva sferrato un calcio in chiesa alla ex moglie durante la prima comunione del figlio. Un processo lampo, che si è aperto lo scorso 7 settembre e chiuso ieri, dopo appena due mesi.
L’uomo, difeso dall’avvocato Alessandro Vettori, è stato condannato anche al pagamento di una provvisionale di diecimila euro alla vittima, una donna di 43 anni, parte civile al processo con l’avvocato Corrado Cocchi. L’imputato, che era presente in aula, ha trascorso gli ultimi sei mesi agli arresti domiciliari.
L’ex moglie, terrorizzata all’idea che l’uomo, scaduti i termini della custodia cautelare e ottenuta la sospensione condizionale della pena, possa tornare a perseguitarla, ha chiesto tramite il suo legale la misura del divieto dell’avvicinamento. Il giudice Gaetano Mautone, la cui sentenza di condanna è arrivata dopo una velocissima camera di consiglio, di circa un quarto d’ora, ha però rigettato la richiesta.
Una deposizione drammatica quella della donna, sentita in aula lo scorso 7 settembre, che dopo diciannove anni ha deciso di lasciare il compagno nel febbraio 2017, sporgendo a giugno la prima di innumerevoli denunce e raccontando del violento pestaggio che l’ha convinta a rompere col padre di suo figlio, un bambino che l’imputato avrebbe strumentalizzato per tormentare la ex dopo la separazione.
Raccontando l’episodio della Comunione, celebrata il 6 maggio, è scoppiata in lacrime.
“Siccome quel weekend nostro figlio doveva stare con lui, lo minacciava di non fargliela fare se in chiesta ci fossi stata io coi miei parenti. Fino all’ultimo abbiamo temuto che non lo portasse, che sparisse con il bambino. Immaginando che avrebbe fatto sceneggiate, ci siamo nascosti dietro l’altare. Ma quando mi sono chinata sul bimbo per dargli un bacio, al momento della foto di gruppo, mi è venuto contro e mi ha sferrato un calcio davanti a tutti. Quando parlava di me col bambino non gli diceva la mamma, ma la scrofa, la troia, la schifosa”, ha detto la donna.
“Su Facebook ha pubblicato una decina di post allusivi, palesemente contro di me, scrivendo ‘cagna sempre in calore’, specificando il lavoro che faccio e il mio indirizzo, mancavano solo nome e cognome. Mi seguiva oppure mi precedeva in auto, giocando a scartarella per sorpassarmi o farsi sorpassare e cercando di provocare delle collisioni. Una volta l’ho tamponato e per paura della sua reazione ho dovuto chiamare il 112 e farmi aspettare dai carabinieri fuori della caserma. Un’altra volta mi ha inchiodato davanti, è sceso e si è messo a braccia spalancate in mezzo alla carreggiata, gli ho fatto un video col telefonino”.
Un incubo: “Fino all’arresto, anche dopo l’allontanamento, me lo trovavo sempre dappertutto, che mi dava della scrofa e mi fulminava con lo sguardo minaccioso e cattivo. Guidavo con gli occhi fissi sullo specchietto retrovisore sapendo che prima o dopo mi avrebbe sventagliato con i fari o me lo sarei trovato incollato dietro. Ho anche portato la macchina dal meccanico, convinta che mi seguisse tramite il telefonino oppure che mi avesse messo qualcosa sulla macchina”.
La 43enne, che lavora in un centro commerciale, è stata costretta a chiamare in soccorso la vigilanza.”Siccome a fine turno era perennemente appostato nel parcheggio ad aspettarmi, pronto a inseguirmi o a farmi le scenate, mi facevano lasciare la macchina sotto le telecamere così la sicurezza, prima che io uscissi, poteva vedere se lui era nei pressi. Lo scorso 31 dicembre, lo hanno visto che si infilava nella galleria, allora mi ha accompagnato fuori il capo della sicurezza, da un percorso interno, in modo da farmi guadagnare tempo per giungere a casa”.
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