Viterbo – La città del 21esimo secolo non è quella del ‘900 e tanto meno quella dei secoli precedenti. Non è quella di centri storici medievali nati seguendo la morfologia del territorio, per soddisfare esigenze di difesa e per sopportare un traffico per lo più di pedoni e di carriaggi.
Già con l’avvento dell’industrializzazione, nell’800, gran parte delle città europee di maggiori dimensioni furono stravolte da interventi urbanistici profondi che distrussero buona parte del vecchio tessuto medievale.
La crescita delle città creò poi periferie extraurbane sempre più vaste, su cui gravitò gran parte della popolazione. La motorizzazione fu un fattore determinante per questi cambiamenti.
Così, soprattutto nella seconda metà del ‘900 si assiste a una forte riduzione dei residenti del centro storico, attratti da spazi più accessibili e abitazioni più moderne nei quartieri residenziali extraurbani. Anche uffici, istituzioni, scuole escono progressivamente dal centro storico. Dal secondo dopoguerra a oggi Viterbo ha perso tre quarti dei residenti del centro.
Per un certo periodo alla riduzione dei residenti ha fatto da contraltare lo sviluppo commerciale. Le immagini scattate fra gli anni ’20 e gli anni ’60, ci restituiscono la rapida trasformazione di stalle, cantine e fondaci in negozi moderni. A Viterbo, città agricola non industrializzata (ma non povera) il commercio ebbe un particolare sviluppo e divenne strumento di occupazione e di crescita economica.
Nelle vie del centro storico, in specie quelle gravitanti sull’asse Porta Romana-Porta Fiorentina e il Corso, si moltiplicarono i negozi. Lo stesso accadde per le vie di maggiore traffico dei nuovi quartieri residenziali dell’Ellera e dei Cappuccini. L’apertura dei primi supermercati, uno a via Marconi, l’altro ai Cappuccini, certificò il trend, non lo pregiudicò.
Il contraccolpo semmai lo ebbero il commercio ambulante, che si ridusse progressivamente, e soprattutto l’attività artigiana, sostituita dalla produzione di serie acquistabile in negozio. Ma occorre ricordare che già negli anni ‘60 mentre Corso Italia e Piazza delle Erbe erano animate tutto la giornata, a San Pellegrino non girava anima viva, né di giorno, né di notte.
Poi, i nodi sono venuti al pettine. Il traffico automobilistico è divenuto improponibile. E non è che passando dal motore a combustione interna a quello elettrico le cose cambieranno di molto, perché non è solo questione di inquinamento, ma anche di spazio. Un suv elettrico continuerà a non rigirarsi a Via della Marrocca.
Ma soprattutto sono cambiati i bisogni, i consumi, i modi di produzione, le mode, l’immaginario collettivo, le tecnologie. Le città si trasformano, crescono, si specializzano. I grandi centri commerciali offrono spazi, opportunità, comodità, sicurezze superiori. Senza contare che forse tra un decennio entreranno in crisi anche loro, sotto i colpi di un crescente commercio online. Qualcuno già zoppica.
Allora, vagheggiare un centro storico animato da un costante flusso di abitanti e da molteplici attività commerciali rischia di diventare un sogno ingenuo.
I tempi cambiano, e non si torna indietro. I centri storici rischiano la desertificazione. Si salvano le parti di pregio turistico, che tuttavia rischiano ad ogni momento di trasformarsi in Disneyland, e qualche spazio tradizionale che ancora regge nella memoria storica della cittadinanza e nell’appeal turistico.
Tutto questo non succede solo a Viterbo o a Taranto. Succede (eccome) anche nel nordest d’Italia, a Parma, a Mantova, a Padova a Bologna, e in tante città del nord Europa, perché si tratta dell’effetto di cambiamenti epocali, spesso legati proprio allo sviluppo, forse ad una crescita infelice, ma è questo quello che accade. E, come dice quella vecchia canzone dell’Equipe 84, non si può fermare il tempo e non si può mutare il vento.
Possiamo sicuramente opporci a certe tendenze, con tanto entusiasmo e tanta fantasia. Per risollevarne le sorti spesso nei centri storici si svolgono interessanti attività, che sono però delle forzature, in nome e per conto di una qualche specializzazione culturale o artigianale (quella libreria, quel teatro, quella gelateria) o per manifestazioni periodiche legate alla tradizione.
La pedonalizzazione dovrebbe invitare la cittadinanza a trovare spazi più vivibili, ma allo stesso tempo esige una progettualità coraggiosa, talvolta rivoluzionaria e altre volte pesantemente invasiva. E comunque non appare risolutiva per il ripopolamento.
Oltretutto le nuove generazioni non se ne curano gran che, si incontrano altrove. E i loro figli non sentiranno neppure la nostalgia. Così i centri storici, con le loro vie strette, rischiano semmai di animarsi solo di notte, come tante periferie degradate e tanti infimi Rogoredo.
Peraltro buona parte dei centri storici non è neppure di particolare pregio e si verifica oggi una gentrificazione alla rovescia: molte abitazioni perdono valore e diventano accessibili a una popolazione eterogenea di studenti, di immigrati, di indigenti che per lo più ne fanno mero dormitorio e non sono molto interessati a una riqualificazione economico-culturale dei quartieri.
Per riqualificare un rione occorrerebbe la partecipazione, la voglia dei residenti, ovviamente supportati da investimenti pubblici e privati. Ma i residenti devono sentire il senso di appartenenza, l’identità, e questo non avviene perché provengono da altrove o guardano altrove.
I tempi cambiano. Siamo noi a cambiarli. Siamo noi a trasformare i nostri bisogni e le nostre abitudini. Siamo i primi a dolercene, ma anche i primi a contribuire al cambiamento. Siamo tutti a piangere sulle vie deserte del centro, ma abitiamo altrove, apriamo uffici altrove, acquistiamo beni altrove.
Occorrerebbe ripensare totalmente i centri storici, ma paradossalmente è proprio la loro storicità a renderli obsoleti, almeno nelle parti di minor pregio. La fantasia dell’urbanista, del pianificatore, del paesaggista, dell’imprenditore illuminato, dell’influente comunicatore possono offrire alternative. Ma sarebbero necessarie cure da cavallo. Certo, se uno sceicco facesse del vecchio ospedale una spa termale a cinque stelle (come ad Abano o a Montecatini), una scossa, a cascata, ci sarebbe per tutta la città. Ma c’è anche chi ha idee diverse e vorrebbe trasformare l’edificio in case popolari, non proprio il massimo per la neonata vocazione turistica e termale di Viterbo e neppure per chi dovesse andare ad abitarvi, ma tant’è, l’ideologia è ideologia.
In ogni caso, un conto è Civita di Bagnoregio, e un conto è un centro storico di sei chilometri di circonferenza.
Buon passeggio per Viterbo.
Francesco Mattioli
– Il collasso del centro storico di Daniele Camilli
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