Condividi: Queste icone linkano i siti di social bookmarking sui quali i lettori possono condividere e trovare nuove pagine web.
    • Facebook
    • Twitter
    • LinkedIn
    • Google Bookmarks
    • Webnews
    • YahooMyWeb
    • MySpace
  • Stampa Articolo
  • Email This Post

Viterbo - La storia di Nosa, richiedente asilo del Cas di viale Trento - Domani sfilata di moda con i suoi abiti all'oratorio della Verità, che lo ha accolto insieme ad altri migranti - Poi il laboratorio teatrale e la partita di calcio con italiani e stranieri - Il parroco don Elio Forti: "L'integrazione è fondamentale"

“Sono stato in un lager in Libia e ho attraversato il mare su un barcone, ora sogno di diventare uno stilista”

di Raffaele Strocchia
Condividi la notizia:

Delvin Nosakhare Ekhator e la sua macchina per cucire

Delvin Nosakhare Ekhator e la sua macchina per cucire

Una creazione di Delvin Nosakhare Ekhator

Una creazione di Delvin Nosakhare Ekhator

Una creazione di Delvin Nosakhare Ekhator

Una creazione di Delvin Nosakhare Ekhator

Viterbo - Il laboratorio di teatro con richiedenti asilo e italiani nel salone dell'oratorio della Verità

Viterbo – Il laboratorio di teatro con richiedenti asilo e italiani nel salone dell’oratorio della Verità

Viterbo - I richiedenti asilo del Cas di viale Trento giocano a calcio sul campo dell'oratorio della Verità

Viterbo – I richiedenti asilo del Cas di viale Trento giocano sul campo dell’oratorio della Verità

Don Elio Forti

Don Elio Forti

Viterbo – Viene dalla Nigeria. Per mesi è stato in Libia. “Prima sotto un ponte – racconta – poi in una piccola camera dove non c’era nulla, nemmeno il letto. Infine in una prigione”. Eppure dice di essere “un ragazzo fortunato”. Delvin Nosakhare Ekhator ha 21 anni. Ha attraversato il deserto e le onde di un Mediterraneo pericoloso e infido. È in Italia dal 2016. È un richiedente asilo, ed è ospite del centro d’accoglienza straordinaria al Balletti Palace Hotel di viale Trento. Ormai lo chiamano tutti Nosa, che è anche il suo nome d’arte. Perché questo 21enne con alle spalle un’infanzia scandita dalla perdita del padre e dall’abbandono della madre, dalla povertà e dalla persecuzione, sogna di diventare uno stilista. “Il mio mito è Giorgio Armani – rivela -, ma per ora mi ispiro al nigeriano Yomi Casual. Adoro il suo stile e la sua creatività”.

Nosa impara l’arte sartoriale in Nigeria ma, arrivato in Italia, non fa che qualche rattoppo per amici e conoscenti. “Dovevo guadagnare qualcosa però, e poi non volevo restare tutto il giorno chiuso in camera”. Inizia così a frequentare un corso nella Capitale e a lavorare in un laboratorio che realizza vestiti per un negozio d’abbigliamento. “I miei non sono capi africani, ma nello stesso abito unisco la stoffa africana a quella europea. L’una valorizza l’altra. E poi è la mia firma. Io, nato in Nigeria, ho radici africane. Ma mi sento anche italiano, e quindi europeo. Qui mi trovo bene e voglio restarci, anche perché l’Italia è il primo paese al mondo per la moda. E la moda è la mia passione. Questo lavoro mi piace, mi piace realizzare vestiti. E mi sento felice quando li vedo indossati”.

Ma la felicità è un’emozione nuova per Nosa. “Dopo la morte di papà, mamma si è risposata e ci ha abbandonati. Mentre mia sorella ha trovato marito ed è rimasta in Nigeria, io e mio fratello Osayande non abbiamo avuto altra scelta che intraprendere il viaggio in cerca di una possibilità”. Con 400mila naira, una somma corrispondente a circa mille euro, riescono a salire su una camionetta che attraversa il deserto. Arrivano in Niger. Poi in Libia, dove vengono lasciati sotto un ponte. “Erano finiti i soldi che avevamo sborsato. Nonostante fossero tanti, non sono bastati per arrivare fino alla costa. Sotto quel ponte c’erano una trentina di ragazzi. Io e mio fratello siamo rimasti un paio di giorni, finché non è arrivato un uomo che cercava qualcuno che lavorasse nel suo autolavaggio. Ci ha presi, ma oltre ai soldi avevamo bisogno di un posto in cui dormire. Non conoscevamo nessuno, nessuno che ci potesse aiutare. E questo signore ci ha messo a disposizione una piccola camera. Dentro non c’era nulla, neppure il letto. Poi un giorno, dopo un controllo, ci hanno portati in prigione”.

Nosa ha trascorso due mesi della sua vita in un centro di detenzione libico, che più che a un carcere rassomiglia a un lager. “Eravamo 150 in una sola stanza, e non abbiamo mangiato per tre giorni. Poi hanno iniziato a darci il cibo una volta ogni 24 ore, ma le docce non erano consentite. È stata un’esperienza bruttissima. Mi sentivo come un bambino indifeso e piangevo in continuazione”. Cristiano in una Libia musulmana, Nosa ha anche rischiato di essere ucciso perché portava il rosario al polso. “Ho visto ragazzi venire ammazzati sotto i miei occhi. Per niente, e come se fosse niente”. La sua salvezza e quella di suo fratello Osayande è stata essere ingaggiati per un lavoro fuori dal centro di detenzione. “La mattina facevamo i muratori e la sera tornavamo in prigione. Ci pagavano, ma poi eravamo costretti a consegnare i soldi ai carcerieri. E non avevamo altra scelta. Un giorno abbiamo detto a chi ci dava il lavoro di non volere più i soldi, tanto non potevamo farci nulla. E gli abbiamo chiesto la libertà. Per due giorni ci ha tenuti nascosti in casa e la notte del 29 luglio ci ha portati fuori dalla città. Ci ha messi davanti a una scelta: o restavamo in Libia o salivamo sulla barca. Abbiamo deciso di intraprendere la traversata del Mediterraneo, anche se sapevamo di andare incontro alla morte. Ma dovevamo fuggire dalla morte certa, perché se la polizia ci avesse trovati per noi sarebbe finita. Era meglio morire in mare, che restare in Libia. In Libia sei un morto che cammina. Che orrore che abbiamo vissuto”.

In 150 salgono su un’imbarcazione di fortuna. Gli occhi stretti nel buio, le ginocchia schiacciate al petto e le mani ancorate al barcone per non cadere. “Venti persone sono finite in mare e lì sono rimaste. Non ci potevamo fermare. Il viaggio è durato tre giorni. Ho avuto paura, credevo fosse l’ultima notte al mondo. Ma sono stato fortunato”. Lo sbarco a Vibo Valentia e il trasferimento a Orte. Poi il Cas di viale Trento, a Viterbo, dove condivide la stanza con il fratello, ora in uno Sprar a Vitorchiano. Nosa sogna di diventare uno stilista e domani sera presenterà la collezione primavera/estate 2019 all’oratorio della Verità, che da un anno e mezzo accoglie una trentina di richiedenti asilo. “Ho già tenuto due sfilate a Roma – spiega Nosa -, ma mostrare i miei vestiti a Viterbo mi rende molto felice. Sono qui da quasi due anni, e ormai sono un figlio di questa città. Grazie a don Elio per l’opportunità che mi ha dato”.



Da settembre 2017 don Elio Forti, parroco della Verità e vicario di zona della diocesi, mette a disposizione dei ragazzi del Cas il campo da calcio dell’oratorio. Lì giocano per un paio d’ore a settimana, e nel tempo hanno messo su una vera e propria squadra con tanto di allenatore. “Hanno fatto anche amicizia con i giovani della parrocchia – sottolinea don Elio -, che ora frequentano spesso le loro lezioni di pallone”. Da gennaio 2018, inoltre, i richiedenti asilo possono usufruire pure del salone dell’oratorio per il corso di recitazione. È tenuto tutti i giovedì pomeriggio dal regista Marco Paparella ed è un progetto di Artestudio, l’associazione culturale che avvicina il teatro alle diverse realtà di criticità sociale. Ma se fino allo scorso anno il laboratorio era solo per i migranti, da settembre è aperto anche ai giovani italiani.

Prima l’accoglienza, poi l’integrazione. “La risposta è stata positiva – evidenzia don Elio -. Si sono iscritti una quindicina di viterbesi, che tutte le settimane recitano al fianco dei richiedenti asilo. Hanno creato un gruppo di circa quaranta persone. L’accoglienza non basta, serve pure l’integrazione. E dobbiamo fare il possibile affinché si organizzino iniziative che coinvolgano italiani e stranieri. Dobbiamo aprire a chi, disperato, bussa alla nostra porta. E dobbiamo dargli delle opportunità. Non ci tolgono nulla. Anzi, sono un valore aggiunto per la nostra società”.

Prima che Nosa mandi in passerella le sue nuove creazioni, giovedì sera, alle 18,30, è prevista una prova aperta del laboratorio di teatro integrato. Poi, alle 19,30, i ragazzi del Cas di viale Trento sfideranno sul campo da calcio i giovani dell’oratorio della Verità. L’evento è stato intitolato Frammenti. Come quei frammenti di stoffa, diversi per colore, trama e provenienza, che Nosa accosta nei suoi abiti. Chissà se l’integrazione, prima o poi, possa diventare semplice come cucire due, cento, mille tessuti insieme. Ognuno differente per fantasia, motivo e tonalità. Alla fine, magari, resteremo pure sorpresi del risultato. Proprio come succede con i vestiti di Nosa, dove la stoffa africana incontra quella europea e dove l’una valorizza l’altra.

Raffaele Strocchia


Parrocchia Santa Maria della Verità e Cooperativa Medihospes

Frammenti

Giovedì 11 aprile 2019
Oratorio Santa Maria della Verità – Via Oslavia 2

Ore 18,30
Prova aperta del laboratorio di teatro integrato con giovani italiani e giovani richiedenti asilo del territorio di Viterbo;
a seguire, breve sfilata di moda con le creazioni primavera/estate di Nosa

Ore 19,30
Incontro di calcio Medihospes-Oratrio della Verità

Ore 20,30
Cena insieme


Condividi la notizia:
10 aprile, 2019

                               Copyright Tusciaweb srl - 01100 Viterbo - P.I. 01994200564PRIVACY POLICY

Test nuovo sito su aruba container https://www.tusciaweb.it/le-strane-pose-di-milo/