Tuscania – Vittima secondo l’accusa di un infortunio sul lavoro, dice: “E’ stata colpa mia”. Precipitando dal tetto di una stalla, ha fatto un volo di quattro metri, sfracellandosi al suolo e riportando fratture in tutto il corpo.
Si tratta di un 53enne di Tuscania rimasto vittima, la mattina di domenica 12 luglio 2015, di un gravissimo incidente mentre si trovava sul tetto di un capannone agricolo adibito a rimessa per gli ovini a prendere le misure per i lavori di ristrutturazione della copertura andata in fumo in seguito a un incendio.
Davanti al giudice Gaetano Mutone con l’accusa di lesioni colpose e violazione della normativa sulla sicurezza il presunto datore di lavoro, un allevatore del posto difeso dall’avvocato Franco Taurchini, il quale però secondo la parte offesa, che non si è costituita parte civile, non c’entrerebbe nulla con l’incidente.
“Si tratta di un amico, mi faceva pena, lui fa il pastore, sa solo mungere le pecore. Allora, siccome doveva rifare il tetto della stalla, bruciato in un incendio, mi ha chiesto di prendergli le misure a occhio, salendo su una scala appoggiata al tetto di un capannone adiacente, intimandomi di non mettere piede sul tetto andato a fuoco, perché sarebbe stato pericoloso. Il metro che avevo, però, era troppo corto, quindi di mia iniziativa, sbagliando, sono salito sul tetto, confidando nei travi della capriata. Il primo passo è andato bene, al secondo bandone invece sono piombato di sotto, facendo un volo di quattro metri”, ha spiegato al giudice il 53enne, per venti anni dipendente della cartiera, ma carpentiere e muratore all’occasione.
Adesso è invalido civile e non è più in grado di lavorare. Muove a fatica il braccio destro. Ha tre viti al femore. E stato operato al menisco. Gira a fatica la testa, rimasta rigida in seguito all’incidente. “Quando mi sono svegliato, in ospedale, avevo il pannolone e stavo sulla sedia a rotelle”, ha detto l’uomo, che fu ricoverato in prognosi riservata. Per la prossima udienza il pubblico ministero è intenzionato a produrre le carte relative alla prognosi, che ieri non si trovavano.
Soccorso dal 118 è stato trasportato al policlinico Gemelli in gravissime condizioni. Sentito a sommarie informazioni solo il successivo 2 ottobre, dopo il trasferimento per la riabilitazione a Villa Immacolata, a differenza di ieri, disse di non ricordare niente della dinamica dell’accaduto. Alla domanda del giudice Mautone, perché fosse salito lui e non l’amico sul tetto a prendere le misure, ha risposto “Lui? Per lui ci sono le pecore e basta. Non sa neanche leggere il metro”, ribadendo più volte “non era un lavoro, era un favore”.
Lavoro o non lavoro, per il tecnico dell’ufficio prevenzione della Asl, intervenuto coi carabinieri della stazione di Tuscania sulla strada Caninese, in base alle testimonianze raccolte subito dopo l’incidente e in base al sopralluogo, l’imputato aveva l’obbligo di verificare che il 53enne avesse i requisiti tecnici prima di farlo salire a misurare il tetto.
“La misurazione doveva essere fatta da sotto, con un trabattello o comunque con un piccolo ponteggio. Oppure da sopra il tetto, ma con un sistema di ritenzione, ad esempio delle cinture di sicurezza”, ha quindi aggiunto il testimone. A prescindere dal fatto che a condurre l’operazione fosse un amico o un dipendente.
Il processo riprenderà il 5 giugno, quando l’accusa, prima della discussione e della sentenza, vuole riascoltare il figlio del 53enne, che oltre al padre e all’imputato sarebbe stato l’unico sul luogo dell’incidente. Testimone oculare, secondo il tecnico della Asl e il maresciallo Luca Bussolin, all’epoca in forza alla stazione carabinieri di Tuscania.
Silvana Cortignani
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