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Tribunale - Processo "Coast to coast" - Sfilano i presunti complici che hanno patteggiato: "Pensavamo fosse volontariato e beneficienza" - Un testimone: "La cosa puzzava, chiesi consiglio al sacerdote"

“Non era favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, ma un progetto umanitario”

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Il pubblico ministero Paola Conti

Il pubblico ministero Paola Conti

Viterbo – (sil.co.) – Secondo l’accusa fu favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Ma secondo i testimoni sentiti ieri al processo ai 9 imputati rimasti della maxioperazione “Coast to Coast” del 17 marzo 2009 fu “volontariato”, “beneficienza”, e perfino “partecipazione a un progetto umanitario”. Uno dei testimoni, sentendo puzza di bruciato, chiese consiglio al prete del paese. 

I presunti complici dei vertici della “banda” avrebbero creduto di dare i propri documenti, indirizzi di posta elettronica, numeri di telefono, cud e quant’altro a scopi filantropici e solidaristici.

Sarebbero stati completamente ignari della valanga di finte assunzioni di extracomunitari a loro nome portate alla luce dalla pm Paola Conti dopo l’allarme del nucleo carabinieri dell’ispettorato provinciale del lavoro, allertati da una funzionaria dell’ufficio. 

Al centro un presunto traffico a scopo di lucro di decine di stranieri, prevalentemente dello Sri Lanka ma anche dall’Albania, che sarebbero stati fatti entrare in Italia col trucco di finti contratti di lavoro come colf, giardinieri, badanti, in cambio di somme tra i 4mila e i 7mila euro. Non appena entrati nel nostro paese sarebbero stati licenziati, avendo però così ottenuto la possibilità di restare per un anno sul territorio nazionale.

Una decina i testimoni sfilati davanti al collegio straordinario presieduto dal giudice Elisabetta Massini. Tutti assistiti dai rispettivi difensori, in quanto ex imputati che nel frattempo hanno patteggiato uscendo dal processo. Processo che è entrato nel vivo soltanto lo scorso 30 maggio, a distanza di undici anni dal blitz sfociato in 5 arresti domiciliari, 7 obblighi di firma, 8 appartamenti sequestrati tra Viterbo e Canepina e 65 indagati a piede libero.

Alla sbarra cinque italiani e quattro stranieri. Tra gli italiani spicca Giannarosa Santini, la dipendente dell’ispettorato del lavoro difesa dall’avvocato Angelo Di Silvio, contro la quale si è costituito parte civile il ministero, i cui movimenti sospetti hanno fatto scattare le indagini. In cinque sono usciti di scena patteggiando, tra i quali una consulente del lavoro. Nello studio della professionista furono sequestrate decine di cartelline relative a domande di assunzione, intestate a parenti e affini delle due donne, che finivano all’ispettorato del lavoro dove lavorava l’amica e futura imputata Santini.

Un parente della Santini ha spiegato come la sua richiesta per una colf cingalese fosse motivata e sia stata esaudita solo dopo tre anni: “Doveva accudire la casa mentre mia moglie era malata, ma non era una donna, bensì un ragazzo di 18 anni che non parlava una parola di italiano. La situazione familiare inoltre era cambiata. Per questo non l’ho assunto”. 

Più pesante la testimonianza di un 52enne, guida turistica e traduttore, originario di Canepina, all’epoca impiegato in Provincia. Anche se in realtà non ha parlato degli attuali imputati, bensì ha puntato il dito contro la consulente del lavoro nel frattempo uscita di scena patteggiando.

“Ho una casa a Canepina che affitto da 15 anni. Lei mi disse che ne aveva bisogno. ‘Tu non ti preoccupare’, mi disse, quando le chiesi per cosa. Ne parlai col parroco del paese, perché la richiesta era pressante e la cosa mi puzzava. Anche il sacerdote mi disse che non gli piaceva. Finì con una litigata”, ha spiegato al collegio.

“‘Mi devi un favore’ mi rispose lei quando la chiamai al telefono per dirle che non se ne sarebbe fatto niente. Tutto perché mi aveva procurato qualche lavoretto di poco conto, tipo traduzione di tesi di laurea. Litigammo e la lite fu intercettata dagli investigatori che già la stavano indagando. Quando il 17 marzo 2009 venne a casa mia la polizia, mi dissero che lei stava facendo i soldi alle mie spalle”, ha concluso.

Il processo riprenderà il prossimo 23 aprile per sentire ulteriori nove testimoni dell’accusa. 


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31 gennaio, 2020

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