Viterbo – Processi da remoto? Parte da Napoli la rivolta di mille penalisti che per il 5 maggio hanno indetto un sit-in davanti al tribunale contro il processo a distanza e perché il contraddittorio torni ad essere reale. Una grana grossa come una casa l’effetto Covid, che rischia di mandare in tilt il sistema giustizia così come concepito finora. E di uccidere “telematicamente”, secondo i più pessimisti, il processo penale così come costituzionalmente garantito.
A Viterbo si cerca una quadratura del cerchio che non penalizzi nessuno, a partire dal diritto degli imputati e delle parti offese a un giusto processo anche in tempi di emergenza Coronavirus.
Il presidente della camera penale “Ettore Mangani Camilli”, avvocato Roberto Alabiso, fa il punto della situazione dopo la pubblicazione dei protocolli sia per il deposito degli atti che per i processi, convalida di arresti, direttissime, interrogatori.
La settimana giudiziaria si è aperta, lunedì, con una videconferenza sulla Fase 2 – attualmente prevista dal 12 maggio al 30 giugno – con la coordinatrice del dibattimento, giudice Silvia Mattei, nel corso della quale, tra le altre cose, si è entrati nel merito del cosiddetto “processo misto”.
Ma, in tempi di restrizioni dovute o volute per evitare il rischio contagio, il mese di aprile sta per chiudersi con un’altra novità che arriva da Mammagialla. “La neodirettora del carcere di Viterbo, Nadia Cersosimo, che è anche direttore di Rebibbia, ci è venuta incontro, permettendoci di parlare al telefono coi nostri assistiti detenuti”, spiega Alabiso.
“Abbiamo trovato un accordo in base al quale, in questa fase di emergenza, sarà possibile, con alcuni passaggi obbligatori di identificazione attraverso la Pec, parlare con i detenuti a mezzo telefono, quindi senza andare in carcere – dice il presidente della camera penale – il detenuto potrà chiamare direttamente il suo legale al numero di cellulare che la matricola avrà verificato, a spese tra l’altro dell’istituto. Mi sembra una cosa eccezionale questa e la dobbiamo alla gentilissima Cersosimo. Un passaggio fatto con molta semplicità e senso pratico. Ci siamo incontrati io, lei e e i suoi funzionari e abbiamo trovato questo punto di incontro che è valido per ora fino al 30 giugno”.
Presidente Alabiso, in previsione della Fase 2 dell’emergenza, l’Unione delle camere penali italiane ha detto no al processo telematico, ovvero alla smaterializzazione del processo penale…
“Ha detto no perché il processo penale non si può fare come quello civile col deposito degli atti, in quanto uno dei principi sacrosanti è l’oralità, quindi se togliamo il confronto, la cross examination, l’esame dell’imputato, dei testimoni e la discussione il processo penale non è più il processo penale. E a questo noi non siamo disponibili. Siamo invece molto ben disposti a collaborare con magistrati, consiglio dell’ordine, Aiga e tutti gli altri a un sistema misto”.
Che intende per “sistema misto”?
“Intendo che stiamo lavorando per individuare, di comune accordo, quei passaggi processuali che possono anche essere fatti in videoconferenza o in altro modo. Intanto è emerso che ovviamente non sarà più possibile fare udienze con 50 processi. Per cui i processi andranno necessariamente ridotti, dovranno essere fatti a porte chiuse, nell’aula dovrà esserci solo l’avvocato, il pubblico ministero, il giudice e il cancelliere, a meno che il cancelliere non sia collegato da remoto, e l’imputato ovviamente. In questo momento noi a Viterbo abbiamo la fortuna di non avere maxi processi, ma processi con al massimo2-3-4 imputati, che se svolti con determinati crismi quindi salvano l’oralità, il diritto alla difesa e soprattutto la salute di avvocati, magistrati, funzionari e tutti qulli che partecipano all’udienza”.
Cosa succederà durante la Fase 2, dal 12 maggio al 30 giugno?
“Intento speriamo che non vi siano decreti governativi che proroghino il termine e che si possa veramente riprendere. Ma riprendere cosa? Non è che il 12 maggio si possono fare duemila processi. E non vogliamo fare come la corte d’appello di Roma ha risolto malamente con rinvii a data da destinarsi. A parte i processi che si devono fare, ovvero con imputati detenuti e comunque ristretti da altra misura (che possono essere anche misure di pubblica sicurezza, misure di arresti domiciliari, misure di obbligo di dimora), noi vorremmo per il futuro riuscire a fare una selezione dei processi. Nel senso che in alcuni processi sarà possibile forse, forse, fare qualche passaggio da remoto. Ma l’oralità deve rimanere per ciò che riguarda sicuramente l’esame dei testimoni e la discussione”.
Mantenere l’oralità facendo qualche passaggio da remoto. Ci spiega?
“Come camera penale, con la coordinatrice del dibattimento Silvia Mattei, puntiamo a mettere a punto una opzione ‘processual-mista’, per così dire, che ci consenta, con una preparazione anticipata del processo, di valutare quali sono effettivamente i passaggi processuali indispensabili per la tutela del nostro assistito, che sia imputato o parte offesa, e quali, invece, possono essere sostituiti da un documento. Penso alle perizie, ai verbali, all’audizione dei verbalizzanti. E’ un discorso che si presta a mille interpretazioni, ma che va fatto. Noi tutti ci dobbiamo guardare negli occhi per capire che il mondo è cambiato, e non lo dice Roberto Alabiso, purtroppo lo dicono persone molto più importanti di me, e non so se riusciremo mai a tornare a quella che per noi era la normalità”.
Quando riprenderanno i processi?
“In questa ottica è pensabile che subiranno un rinvio a ottobre, ovvero alla Fase 3, sperando sempre che non ci sia quella ondata di ritorno del Coronavirus, come qualche pessimista ipotizza. Anche perché ottobre-novembre sono i mesi dell’influenza: chi saprà distinguere tra influenza e Coronavirus? Per cui incrociamo le dita e speriamo che tutto vada per il verso giusto. Nel frattempo, secondo il pensiero del consiglio direttivo, probabilmente per questa seconda fase non basterà fino al 30 giugno fissato dal decreto legge: probabilmente bisognerà arrivare al 31 luglio”.
Da un punto di vista logistico quali sono gli ostacoli al processo “tradizionale”?
“C’è un esempio su tutti che è venuto fuori lunedì, quando abbiamo cominciato a discutere del futuro del dibattimento, trovando nella dottoressa Mattei un’interlocutrice assolutamente disponibile, comprensiva e soprattutto molto realistica. Mettiamo che l’imputato, in aula, si trovi a distanza di sicurezza dentro il box a vetri che noi chiamiamo acquario e che un testimone dica qualcosa per cui io avvocato ho l’esigenza di parlare con il mio assistito. Come faccio? Entro dentro l’acquario, a trenta centimetri di distanza, ci alitiamo a vicenda, oppure magari in tre, pure con l’agente penitenziario? Ci sono delle cose talmente pratiche, ma talmente inevitabili nel nostro lavoro, che vanno previste e risolte”.
Intanto c’è un “protocollo Covid” per le udienze civili, le direttissime, le convalide e gli interrogatori di garanzia….
“Noi stiamo lavorando. Abbiamo iniziato con i protocolli. Il consiglio dell’ordine ha veramente fatto un lavorone, hanno fatto cose stratosferiche. Non ci siamo trovati sempre d’accordo, però alla fine, grazie alla gestione diretta del procuratore Paolo Auriemma, della presidente Maria Rosaria Covelli e del dottor Francesco Rigato per l’ufficio gip, è venuto fuori un protocollo importante, ben fatto, che tutela tutti. Soprattutto perché l’avvocato può scegliere, l’avvocato può optare per fare o non fare da remoto”.
Quindi l’avvocato può scegliere se celebrare l’udienza da remoto?
“Sì, l’avvocato può decidere di fare o non fare da remoto. Perché ci sono pure problemi tecnici. Siamo sicuri che l’Italia sia una nazione in grado di sopportare cento milioni di collegamenti audiovisivi via internet? Io non credo sinceramente. Ricordo solo, per esperienza personale, che quando facciamo a Roma il processo della mafia viterbese, se non si fa in una determinata aula, in altre aule non si può fare, perché non c’è neanche il videocollegamento con le carceri, e parliamo di Roma, parliamo di una megastruttura e parliamo di un processo molto importante”.
Intanto siete praticamente fermi da un mese e mezzo…
“Dal 9-10 marzo. Dal punto di vista economico è un disastro. E credo che si possa solo considerare offensiva l’idea dei 600 euro al professionista, perché con 600 euro ci si pagano le bollette. Penso non solo ai giovani avvocati, ma anche noi più grandi. Viene da chiedersi se vale la pena tenere in piedi gli studi, con i costi che hanno. Non per essere venali, ma ognuno di noi ha le sue scadenze, scadenze che abbiamo preso in tempi diversi, che però rimangono lì. Adesso vedremo se le banche contribuiranno, se il governo ci darà un’altra mano. Ma non a livello dei 600 euro o di detrazione fiscale. Serve liquidità. E allora, poiché serve liquidità, noi dobbiamo lavorare, dobbiamo fare i processi. E dobbiamo trovare il modo di soddisfare le esigenze di salute di tutti e il diritto sacrosanto alla difesa di ognuno di noi e di ogni cittadino che si rivolge a noi. Sono queste due le prospettive che dobbiamo assolutamente rispettare, studiando le soluzioni appropriate al problema”.
Come sono organizzati i lavori della camera penale in piena serrata generale?
“Devo dire veramente un grazie infinito al vicepresidente Remigio Sicilia, ai consiglieri Ada Baiocchini, Marco Russo e Carlo Mezzetti, perché abbiamo fatto riunioni telefoniche, in videochat, coi nostri WhatsApp, la sera, fino a mezzanotte, nell’unico tentativo di fornire un servizio alla collettività. Qui i processi si devono fare. Se c’è da fare un ulteriore sforzo per un breve rinvio, così, per organizzarci, sarà necessario farlo. Ma dobbiamo cominciare a pensare che i processi si devono fare e si devono fare nelle aule di giustizia. Solo poche cose potranno essere possibili al di fuori delle aule di giustizia. E con l’accordo delle parti, perché non vi deve essere nessuna compressione del diritto di difesa”.
Come immagina il futuro?
“Io racconto sempre un episodio: un fornitore di legna che fornisce 26 pizzerie nel Viterbese ha avuto una disdetta da venti pizzerie, e siccome dopo il 15 aprile non si può più fare il taglio degli alberi, queste pizzerie non avranno la riserva di legna necessaria, allora le cose saranno due, o chiudono o la pizza costerà 30 euro. Allora… è vero che ci hanno consentito di riaprire gli studi, è vero che ci consentono di fare un po’ di arretrato, ma è anche vero che noi abbiamo bisogno di fare i processi, le cause, gli interrogatori e ricevere la gente”.
Qual è stata l’ultima udienza cui ha preso parte prima che scattasse il lockdown?
“E’ stato lunedì 9 marzo, in pratica alla vigilia della quarantena collettiva. Io ero presente non come avvocato, ma come parte offesa che si è costituita parte civile. E’ stata l’udienza di ammissione prove per tre degli imputati di ‘mafia viterbese’ che si è tenuta nel carcere di Mammagialla. All’interno dell’istituto, che è una vera e propria cittadella blindata, dove non è che si possa andare in giro a piedi, siamo saliti in 9 su un furgone della penitenziaria per raggiungere la palazzina dove si è svolta l’udienza. E meno male che siamo qui a raccontarla, evidentemente eravamo tutti sani”.
Silvana Cortignani
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