– Chiudete gli occhi e provate a rivedere il film delle primarie del centrosinistra.
Vendola lancia la sfida. Renzi si infila nella sfida. Chiede di partecipare. Bersani modifica lo statuto per farlo correre e decide di andare alle primarie.
Lo statuto in realtà gli permetteva di candidarsi a premier senza primarie. Iniziano i comizi multimediali alla Leopolda di Renzi. Una novità politica assoluta. Renzi col suo camper viaggia in lungo e in largo per il paese.
Vendola per varie ragioni partecipa ma non come avrebbe potuto e voluto in un altro momento. Esplode la polemica sulle regole. Bersani replica da par suo. Renzi attacca anche esagerando e sbagliando negli ultimi giorni.
Bersani tiene fermo il timone. Renzi sferra gli ultimi attacchi. Si vota. Renzi perde e lo dice con chiarezza a Fortezze da Basso in un emozionante discorso con tanto di auguri a Bersani che ha vinto.
Talmente emozionante il suo discorso che perfino lo smagato Ferrara ne è sorpreso. Bersani parla come sa parlare lui, non si può pretendere. Le luci si spengono sulle primarie. Ora riaprite gli occhi e immaginate che Renzi non ci fosse stato per le primarie. Non ci riuscite o vedreste una fase politica entusiasmante ridotta a mera burocrazia.
Senza Renzi queste primarie sarebbero state la solita pantomima politichese che ha portato alla designazione di Prodi o altri. Una finzione. Che può andar bene per D’Alema ma non per gente che ama la politica vera.
Renzi, lo si può anche odiare, ma ha reso le primarie una cosa vera. Una sfida vera. E l’apparato del Pd se ne è accorto e ha risposto da par suo disegnando un algoritmo per le primarie denso di regole che non poteva non sfociare nell’elezione del buon Bersani.
Renzi ha pure trasformato Bersani da leader cooptato dall’apparato a leader che comunque ha vinto una battaglia. Pur drogata da un algoritmo creato ad hoc. Ma di battaglia si tratta.
Chi si è messo dalla parte di Renzi sapeva perfettamente che si trattava di una battaglia drogata e persa. Ma non c’è stato verso di star fermi. In molti è rinata la passione politica che era sopita da anni. E Renzi ci ha ricompensato con sorprese incredibili. Nonostante le regole dell’apparato, Renzi ha raccolto una quantità di consensi incredibile.
Uno dei risultati più eclatanti è stato quello del comune di Viterbo. E qui la sorpresa è stata doppiamente incredibile. E sì, perché non solo Renzi ha stravinto al primo turno con 1560 voti contro i 1165 di Bersani e vinto il ballottaggio, ma Vendola ha avuto un risultato straordinario con oltre seicento voti (644), più della metà di quanti si sono espressi per Bersani. Un risultato che delegittima politicamente una classe dirigente che non rispecchia più il suo elettorato.
Come dire una bocciatura di tutta una classe dirigente espressa da Fioroni e impersonata, in qualità di capogruppo in comune, da Sposetti. In altri tempi, quando c’era il Pci e la Dc, le analisi del voto sarebbero state accurate e feroci. Ora Sposetti, che non sembra aver seguito bene le lezioni alla Frattocchie sull’analisi del voto, spiega che Renzi ha vinto a Viterbo grazie al voto di destra. E noi gli crediamo. Crediamo pure che lui è di sinistra, figurarsi se non crediamo alla giustificazione col voto di destra della sua sconfitta, di quella di Fioroni e fiori minori. Ci mancherebbe.
Noi crediamo a tutto. Sono quaranta anni che crediamo a tutto. Ma va detto che una classe dirigente minimamente accorta dovrebbe far tesoro di una sconfitta così sonora, replicata ancora più sonoramente al ballottaggio, non per i numeri ma per il significato politico. Come dire che un giovane di Firenze, senza nessun apparato in campo ma solo qualche militante del Pd, lancia la sfida e vince. Batte i due grandi leader nel loro territorio.
Comprendiamo pure che dopo che la cura Sposetti/Fioroni ha dato questi risultati, i due siano un po’ confusi. Ultimamente lo sono spesso. Ma insomma un po’ di stile non farebbe poi male.
Al primo turno e al ballottaggio i due sono stati battuti nonostante l’impegno in prima persona. Erano entrambi davanti al seggio a piazza del teatro. Incredibile. Incredibile come il tentativo di nascondere la sconfitta al ballottaggio. Qualche stratega dell’ultima ora si è inventato lo scorporo. Sì, avete capito bene. Il comune di Viterbo è stato diviso in città e frazioni. E Bersani, udite udite, ha vinto in città (senza le frazioni) per dieci voti. Come dire che in via della Cava e via Volta buia ha prevalso la Puppato con 5 voti contro lo zero degli altri… Anche questa sarebbe stata una vittoria, secondo gli scienziati della politica che coadiuvano i due leader.
Quando si dice che Fioroni e Sposetti non sanno a che santo votarsi. E non hanno neppure il coraggio di dire che a Viterbo hanno subito una sonora sconfitta doppia. In altri tempi una classe dirigente degna di questo nome avrebbe tirato le somme e avrebbe azzerato il gruppo dirigente locale. Ma questi sono tempi diversi a dire di aver perso, quando si perde, c’è rimasto solo Renzi. Bersani ce lo ha insegnato a Parma, conquistata dai grillini, quando lapidariamente ha sentenziato: “abbiamo non vinto”.
Un’ultima cosa va detta. La sconfitta di Renzi, al di là del risultato comunque incredibile, è la sconfitta di questo paese. E’ la sconfitta della speranza di cambiare il paese. E’ la sconfitta dei nostri ragazzi che al 70 per cento pensano sia opportuno andarsene dall’Italia per avere un futuro. Un dato superiore a quello greco.
E’ la sconfitta di quella tradizione liberale e di sinistra che in Italia ha avuto sempre vita grama. E’ la sconfitta di Gobetti e Rosselli. E’ la sconfitta di chi vuole un paese in cui il merito e i talenti vengano riconosciuti. E’ la sconfitta di chi pensa che fare impresa non deve essere impossibile, come accade in Italia. E’ la sconfitta del principio di non contraddizione rispetto alla dialettica hegeliana. E questa ultima è forse la sconfitta più patente. La più dolorosa. La più devastante moralmente.
Ha vinto chi difende le rendite di posizione e lo status quo. Una sinistra conservatrice ed hegeliana. Che tristezza…
Ma diciamola tutta: la vittoria di Bersani non è altro che l'”autobiografia della nazione”.
Carlo Galeotti
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