Viterbo – (sil.co.) – Guerra tra fratelli per il forno di famiglia. Parti civili tre sorelle, imputato il fratello, accusato dalle congiunte di avere svuotato di 76mila euro il conto corrente della società, una snc, prima di mollare tutto e tutti per proseguire l’attività da solo.
Era gennaio del 2014 quando il fratello ha comunicato alle congiunte la decisione di sciogliere la società a gestione familiare ereditata dal padre.
Al centro del contenzioso un avviato esercizio commerciale sulle rive del lago di Bolsena, rinomato per la bontà del pane e dei dolci, nell’ambito del quale l’uomo e un cognato erano rispettivamente fornaio e aiuto-fornaio, mentre le sorelle si occupavano del negozio.
L’imputato, oltre a lavorare nel laboratorio artigianale dalle 4 di notte a mezzogiorno, si sarebbe occupato anche dei rapporti coi fornitori, motivo per cui avrebbe avuto un accesso “privilegiato” al conto bancario della società, sul quale fino a luglio 2013 avrebbe però avuto delega anche una delle sorelle.
A distanza di oltre sette anni dallo “strappo”, si è chiuso ieri il processo per appropriazione indebita al panificatore, per il quale l’accusa, per le condotte ancora non prescritte, visti gli anni nel frattempo trascorsi, ha chiesto una condanna a 10 mesi e 500 euro di multa. E’ finita con una condanna decisamente più mite, a un mese e 200 euro di multa, sentenza che si prescriverà in appello, cui va però aggiunto anche il risarcimento da quantificare in sede civile alle parti offese, tra cui la vecchia società di famiglia.
“Una vicenda familiare distinta da animosità come raramente se ne vede, scatenata dall’uscita dalla società del mio assistito nel 2014”, ha detto il difensore Giovanni Labate.
“Nel forno ereditato dal padre – ha sottolineato il legale – le sorelle stavano al pubblico, tutto il resto lo faceva l’imputato. Sul conto corrente non operava solo lui, ma anche la sorella. Nella querela si parla di 76mila euro in cinque anni, dal 2009 al 2013, in realtà sono 36mila”.
“E’ emerso – ha fatto notare Labate al giudice Giacomo Autizi – che l’unico dipendente, pagato in contanti, era il marito della sorella. Ma anche le sorelle prendevano il loro stipendio dalla cassa. Il mio assistito, che non stava in negozio, prelevava invece i suoi circa 1200 euro al mese dal conto. Si è cercato di dire che lavorava senza stipendio in attesa degli utili di dicembre, parliamo di circa tremila euro complessivi. Impensabile, è ovvio, tanto più con una famiglia a carico. La sua unica leggerezza è di non avere documentato tutti i prelievi”.
“Il vero artigiano era lui, non le sorelle. Era il fratello ad alzarsi nel cuore della notte per fare pane e dolci, non loro – ha detto ancora il legale – la querela è scaturita dal fatto che nel 2014 ha sciolto la società con una lettera di messa in liquidazione della società che ha scatenato il finimondo”.
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