Barbarano Romano – Eroina killer, alla sbarra i presunti pusher dei cugini Adriano e Fausto Fortuna, trovati morti a Barbarano Romano una domenica mattina di inizio estate di sette anni fa.
Imputati di spaccio e di morte in seguito a cessione di sostanze stupefacenti una 36enne e un 43enne di Blera.
Sarebbero stati loro, secondo la procura della repubblica di Viterbo, i pusher che hanno ceduto la droga che, la notte tra il 27 e il 28 giugno 2014, ha provocato la morte delle vittime: i cugini di Barbarano Romano Adriano e Fausto Fortuna, il primo agente penitenziario di 42 anni e il secondo idraulico di 37 anni.
Il processo è entrato nel vivo ieri davanti al giudice Gaetano Mautone. Gli imputati sono difesi dall’avvocato Emilio Lopoi. I familiari, che si sono costituiti parte civile, sono invece assistiti dagli avvocati Michele Ranucci e Paolo Pirani, sostituito in udienza dal collega Enrico Valentini.
Poche ore prima l’aperitivo al bar del paese
Fausto e Adriano sono stati trovati privi di vita dai familiari la mattina del 28 giugno 2014, una domenica, a casa del più grande dei due, un appartamento nel centro storico di via Garibaldi. I corpi erano riversi uno vicino all’altro sul pavimento, in cucina. Poco distante dai cadaveri due siringhe.
Avevano trascorso il sabato sera insieme, facendo aperitivo in un bar del paese, fino a verso le 20,30. Adriano poi era ripassato, poco prima dell’orario di chiusura, verso le 23, per comprare un tramezzino, come ha spiegato in aula la titolare del locale, la quale non sapeva che facessero uso di sostanze stupefacenti.
“Fausto e Adriano erano distesi per terra, freddi”
I momenti drammatici del ritrovamento dei corpi sono stati ricostruiti da Antonio Fortuna, fratello di Fausto, e Bartolomeo Fortuna, il papà di Adriano.
“Ero appena rientrato dalla Sardegna e mia madre era preoccupata perché Fausto non era tornato a casa e aveva il cellulare spento. Un paio d’ore dopo, ho visto passare mio zio Bartolomeo e mio cugino che andavano di corsa verso casa di Adriano, dove mio zio, entrando, si è messo le mani sulla testa dicendo ‘Adriano e Fausto sono morti’. Erano entrambi distesi per terra, freddi”, ha ricordato Antonio Fortuna, 51 anni, spiegando che il fratello in passato aveva fatto uso di droghe.
“Ma non era un tossico, faceva un uso saltuario e ne era uscito, avevo fatto in modo che smettesse. Un paio di anni prima, mi aveva detto che prendeva la roba da gente di Capranica. E sempre un paio di anni prima, un volta avevo dato un calcio in bocca e staccato due denti a un sardo di Blera che avevo sorpreso con lui in camera sua, con due siringhe sul letto”, ha proseguito, dicendosi convinto che quei tempi erano finiti.
“Mio figlio era agente penitenziario a Verona”
“Ho visto per l’ultima volta mio figlio il pomeriggio precedente, davanti al bar del paese, mentre passavo in macchina. Era con il cugino Fausto”, ha detto Bartolomeo Fortuna. “Quella domenica mattina dovevamo partire per San Gimignano, ma Adriano non rispondeva al telefono. So che aveva fatto uso di stupefacenti da ragazzo, ma non avevo idea che ne facesse uso ancora. Mio figlio faceva l’agente penitenziario a Verona”, ha sottolineato.
Il processo riprenderà il prossimo 9 novembre per sentire ulteriori testimoni.
Silvana Cortignani
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