Viterbo – A Belcolle col bacino, le gambe e una mano rotta, dice di essere stato investito da un pirata che l’ha abbandonato sul ciglio della strada.
Ma per i sanitari del pronto soccorso quelle lesioni non sono compatibili con un investimento e il ferito, messo alle strette, confessa.
Dietro c’è una brutta, bruttissima vicenda di sfruttamento del lavoro nero avvenuta nelle campagne di Blera all’inizio dell’estate di sette anni fa.
Era il 25 giugno 2015 quando l’operaio, un uomo oggi 48enne, d’origine romena, finì ricoverato al reparto di ortopedia dell’ospedale di Viterbo, dove era stato accompagnato da un automobilista di passaggio che lo aveva raccolto a Vetralla.
Carabinieri e polizia al pronto soccorso di Belcolle (Immagine di repertorio)
Non pedone investito, ma vittima di infortunio
Il paziente ammise di non essere in realtà un pedone travolto da una macchina, come aveva detto in un primo momento, ma di essere un operaio vittima di un infortunio e di essere stato convinto dal datore di lavoro e da un connazionale suo complice a simulare un sinistro stradale per evitare loro guai con la giustizia.
Metà paga all’intermediario per lavorare
Il connazionale, in particolare, in cambio del lavoro avrebbe preteso metà della sua paga giornaliera, ovvero 50 dei 100 euro percepiti, che sarebbero finiti nelle sue tasche per il semplice fatto di avere fatto da intermediario.
Sette anni per sentire i primi testimoni dell’accusa
Dal 25 giugno 2015, ci sono voluti sette anni per arrivare alla fissazione della prima udienza testi del processo in cui sono imputati il connazionale e il datore di lavoro, un imprenditore italiano di 69 anni, legale rappresentante di una società cooperativa, con sede di lavoro a Blera, che si occupa del taglio e della piallatura del legno.
All’inizio di luglio 2015 il 69enne è stato denunciato a piede libero carabinieri del nucleo ispettorato del lavoro di Viterbo, insieme ai militari della stazione di Blera dalla forestale di Vetralla e dalla Asl. Alla società datrice di lavoro furono irrogate sanzioni amministrative per 7mila euro.
Imputato uccel di bosco per due anni e mezzo
Molteplici i problemi, tra i quali l’irreperibilità per oltre due anni del connazionale, il quarantenne romeno, uccel di bosco dal 20 giugno 2018 al 7 ottobre 2020, la cui posizione è stata stralciata dal fascicolo principale in attesa che venisse rintracciato.
Parte civile la vittima all’epoca 41enne
Adesso è finalmente arrivato il momento di riunire i due procedimenti a carico di entrambi gli imputati in un unico processo, al via davanti al giudice Francesco Rigato, che ha fissato l’udienza del prossimo 24 febbraio per ascoltare i primi testimoni dell’accusa.
La vittima, che aveva all’epoca 41 anni, nel frattempo si è costituita parte civile con l’avvocato Luigi Mancini.
Costretto a simulare un incidente stradale
Gli imputati sono accusati di simulazione di reato in concorso, nonché omissione di soccorso e fuga, perché, come si legge nel capo d’imputazione, “al fine di celare l’incidente avvenuto nell’ambito dell’attività condotta dal datore di lavoro, convincevano la parte offesa a dichiarare al pronto soccorso dell’ospedale di Belcolle che le lesioni riportate derivavano da un incidente stradale e non da un incidente sul lavoro”.
Sfruttamento approfittando dello stato di bisogno
Il quarantenne romeno, è inoltre imputato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro perché al fine di trarne profitto “reclutava manodopera allo scopo di destinarla al lavoro presso terzi in condizioni di sfruttamento, approfittando dello stato di bisogno dei lavoratori”.
In particolare reclutava la vittima “portandolo a lavorare alle dipendenze del coimputato, tenendosi per sé il 50% della paga giornaliera destinata alla parte offesa (eur0 50 su euro 100)”.
L’imprenditore italiano, invece, è anche accusato di avere impiegato manodopera “mediante l’attività di intermediazione del coimputato, sottoponendo i lavoratori a condizioni di sfruttamento ed approfittando del loro stato di bisogno”.
Silvana Cortignani
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Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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