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Ricordi - Un viaggio nella scuola viterbese degli anni '50

Gli anni verdi del Paolo Savi

di Vincenzo Ceniti
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Viterbo – Sono entrato al primo “Ragioneria” del Paolo Savi nell’anno scolastico 1951-1952, ne sono uscito col diploma nel 1956. Non ero bravo. All’esame di Stato venni rimandato in italiano e stenografia. Tra tutti, compresi i colleghi del “Geometra”, saremmo stati 300.


Viterbo - Una vecchia foto dell’ufficio di presidenza del Paolo Savi

Viterbo – Una vecchia foto dell’ufficio di presidenza del Paolo Savi


Mi vengono in mente alcuni della mia classe. Le femmine: Marisa Costantini, Emanuela Rotelli, Anna Bentivoglio, Eugenia Fiorucci e Fausta Valdannini. Avevano i grembiuli neri che ne attutivano le forme. Tra i compagni: Alberto Giganti (compagno di banco), Marcello Chiodo, Renato Jadicicco, Betto Baruzzi, Luciano Molinari, Radames Serpieri, Arrigo Raponi, Giorgio Meschini, Mario Pierani, Armando La Novara, Paolo Lupi e Giulio Speranza (figlio del segretario scolastico Fulvio). Alcuni avevano i calzoni lunghi (da uomo), altri, tra cui io, alla zuava. Di solito indossavamo una giacchetta sul cui risvolto in caso di un lutto familiare era cucita una fascetta nera che costringeva a domandare “Chi ti è morto?”

Tra i professori, a mente e alla rinfusa: Vincenzo Nardini ragioneria, Maria Bruno italiano-storia, Massimiliano Montanaro diritto pubblico, Salvatore Battaglini chimica, Michele Lomonaco computisteria, Giuseppe Bruno diritto privato-economia, Fausta Rizzacasa matematica, Guido Cantalamessa stenografia e calligrafia, don Giovanni Di Biagio religione, Gabriello Currò educazione fisica, Marina Calisti scienze, Orazio Puletti ragioneria, Antonino La Novara francese, Ida Caliento tedesco.


Viterbo - Paolo Savi - Una squadra di atletica con il prof Gabriello Currò e le ragazze in calzoncini

Viterbo – Paolo Savi – Una squadra di atletica con il prof Gabriello Currò e le ragazze in calzoncini


Il preside si chiamava Adolfo Speranza. Indossava giorno e notte un doppiopetto grigio e aveva i capelli grigi a spazzola. Sorrideva raramente. Di lui tremavamo e per alleggerire la tensione e sdrammatizzare cantavamo sottovoce un ingenuo ritornello, sul ritmo di uno stornello romanesco “Se non ci conoscete guardateci la panza, noi siamo gli studenti del preside Speranza”. Un giorno mi sorprese nel gabinetto delle donne e mi dette cinque giorni di sospensione che mi vennero graziati per intercessione del prof. Currò. I nomi dei ragazzi sospesi venivano segnati in un foglio affisso nella bacheca del corridoio accanto alla presidenza. Era indicato anche il motivo del provvedimento. Per uno studente che aveva mandato a quel paese il bidello si leggeva “Sospeso perché dava cattivi consigli”.

Il preside comunicava con noi attraverso un impianto radiofonico. Parlava dal suo ufficio e noi ascoltavamo in aula da piccoli altoparlanti sistemati sopra il crocifisso. I suoi annunci venivano preceduti dall’incipit “E’ il preside che vi parla”. Tipo Radio Londra e noi ad ascoltare muti.

La bidella del primo piano, che sedeva davanti ad un tavolo nel corridoio, si chiamava Ida Chiodo ed era la madre di un mio compagno di classe. Era autorizzata a raccogliere i soldi per acquistare le pizzette della colazione nel sottostante bar sulla Cassia condotto da Ernesto Turchetti. Io non le ho mai ordinate. Le conoscevo solo dal profumo. Mia madre mi preparava a casa la merenda (di solito pane e marmellata). Il mio compagno di banco Alberto Giganti, che veniva da San Giovanni di Bieda (allora si chiamava così), aveva quasi sempre una cartatella con pane e cacio. Ho sempre invidiato chi mangiava la pizzetta e soprattutto Marcello Chiodo poiché sua madre, la bidella, era svelta e premurosa nel consegnargliela calda, calda.


Viterbo - Paolo Savi - Un gruppo di studenti nel 1952 con il prof Giuseppe Bruno (Vincenzo Ceniti, sulla destra)

Viterbo – Paolo Savi – Un gruppo di studenti nel 1952 con il prof Giuseppe Bruno (Vincenzo Ceniti, sulla destra)


Nel primo Ragioneria ebbi la soddisfazione di prendere un bel voto in un tema di italiano dal titolo “Ascoltando alla radio una partita di calcio”. Io le ascoltavo spesso insieme a mio padre nella casa-casermone dell’Incis in viale IV Novembre. Tifavo per la Juventus che in quell’anno 1951 era guidata da Giampiero Boniperti. Il telecronista, Nicolò Carosio, aveva un modo coinvolgente di raccontare la partita. La sua voce era inconfondibile. Nello svolgimento del tema parlai di una gara immaginaria tra la Juventus e il Milan, con la mia squadra sconfitta per uno a zero su rete di Omero Tognon centromediano del Milan. Scrissi di aver pianto. La prof. trovò il mio saggio autentico e spontaneo e mi mise otto. Nel secondo anno cambiai sezione e mi misero nella “A” quella con le donne. Ce n’erano poche. Poteva sembrare un privilegio, in effetti era un segnale, che a quel tempo non percepii, di ragazzo quieto e obbediente da dieci in condotta. In verità invidiavo quelli delle altre sezioni soprattutto, quelli della “C” che passavano per i più vivaci.

Nella materie commerciali (Computisteria e Ragioneria) ero un po’ debole così con un paio di compagni prendevo lezioni dal prof. Ferdinando Montemari nel retrobottega senza finestra del suo negozietto di oggettistica (lampade e ceramiche artistiche soprattutto) in via Marconi davanti alla Banca d’Italia. Godeva nello spiegarci la partita doppia, soprattutto quando quadrava.

A basket non toccavo palla poiché preferivo il calcio che però non era ammesso a scuola. Il prof. Currò – che chiamavamo col soprannome “Uno, due a canestro” – era di origine siciliana e aveva prestato servizio presso l’aeroporto di Viterbo come ufficiale dei paracadutisti. Dopo la guerra si stabilì nella nostra città adoperandosi con passione nell’istruire gli studenti più dotati. Tra i tanti ricordo Luigi Jasson e Massimo Baleani, forti velocisti su pista. C’era una competizione sotterranea tra lui e il collega prof. Cesare Stramaccioni (non era nella mia sezione) che si manifestava soprattutto nei campionati studenteschi. L’edificio scolastico confinava nel versante della Pila con ampi spazi campestri dove ci si allenava correndo, saltando e giocando a basket. Il prof. Currò disponeva anche di alcune giovani atlete. Nel 1952 osò fare indossare alle ragazze i calzoncini, al posto delle gonne, e fu scandalo.

Di gite scolastiche non si parlava. Ne ricordo solo una ad Orbetello con la prof. Fausta Rizzacasa. Non si parlava neanche di scioperi. Ci fu solo una dimostrazione per “Trieste italiana” nel 1953, che nella mia classe venne animata da Giulio, figlio del segretario scolastico.

La prof. Bruno l’ho idealizzata, a distanza di anni, come una donna ieratica e angelica. Raggomitolata sulla cattedra con cui aveva un’intesa sacrale, bianca di carnagione e di capelli, pulita, assestata, con un’amabile erre moscia, diceva “Come si fa a leggere le riviste settimanali che parlano sempre di scandali e stupidaggini ?” Quando declamava i versi di un grande poeta andava in estasi e quasi s’addormentava.

Il prof. La Novara incuteva terrore per il suo rituale nelle interrogazioni. Scorreva lentamente il registro di classe e diceva “Venga, venga, venga ….”. Chiamava quattro-cinque alla volta. Tutti intorno alla cattedra a rispondere alle sue domande in francese. Una volta me la facevo sotto, ma dovevo essere interrogato e non potevo chiedere di uscire prima della “chiama”. Sarebbe stata una provocazione. Attesi che la facesse e poi domandai di andare al bagno. Il prof apprezzò con lo sguardo il mio comportamento corretto e mi concesse di uscire. Erano scintille quando doveva interrogare il fratello Armando, molto più giovane di lui, mio compagno di classe. Per evitare ogni sospetto di favoritismi lo riduceva un pedalino.

Spontaneo, curioso, simpatico per il modo roco di parlare, il prof. Lomonaco mi sorprendeva per lo stivaletto di pelle marrone fatto su misura che indossava al piede destro per simulare una leggera zoppia Ci ammoniva dicendo “State buoni sennò vi butto fuori. In seconda ‘C’ ho già cominciato”. Rivolgendosi a me “Tu Cenì (Ceniti) sei più dentro che fuori”. Il problema, per lui, sorgeva la sera del trasporto della Macchina di Santa Rosa in quanto – come consigliere comunale – rappresentava il sindaco e doveva procedere a passo svelto lungo il percorso davanti ai “facchini”. La prof. Calisti, robusta e stizzosa, aveva un lieve difetto di pronuncia e quando parlava sputacchiava complicando la vita a quelli del primo banco.

Una tortura i documentari. Una volta alla settimana, all’ultima ora quando gli zuccheri erano al collasso, venivamo chiamati ad assistere nel corridoio, in piedi, ad una serie di documentari in bianco e nero che parlavano di miracolo economico, sviluppo industriale, fabbriche, catene di montaggio, operai ed altro. Facevano parte di un programma cinematografico di integrazione all’educazione scolastica. La macchina da proiezione veniva portata a mano insieme allo schermo e manovrata dal tecnico Fabio Fiorucci, tarchiato, silenzioso, sempre ingrugnato, con i capelli ricci lucidi di brillantina.

Mi sfugge il motivo dell’intestazione dell’Istituto a Paolo Savi, un geologo-naturalista di Pisa (1798- 1871) che aveva poco a che fare con Viterbo. L’Istituto iniziò la sua attività con la Sezione di Agronomia ed Agrimensura, come leggo in un documento del 1872. Le prime classi vennero avviate in alcuni ambienti della città tra cui l’ex convento di Santa Maria della Verità. L’edificio di oggi venne costruito dopo che la Provincia (allora presieduta da Enzo di Napoli Rampolla) acquistò il terreno di proprietà di Costanza De Gentili Lenzi. La nuova struttura venne inaugurata il 28 Ottobre 1940 ed intestata a Costanzo Ciano. Dopo il Ventennio Fascista ritornò il nome di Paolo Savi.

Vincenzo Ceniti


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22 febbraio, 2022

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