Viterbo – (sil.co.) – Trentenne invia a una diciassettenne su WhatsApp un video in cui si vede un uomo nudo dalla cintola in giù che si masturba. Si vedono i genitali, ma non si vede il volto.
Finisce a processo per tentata violenza sessuale per induzione su minore, ma in primo grado viene assolto. Per l’accusa si sarebbe approfittato dell’età della ragazza e della sua immaturità per provare ad avere con lei approcci sessuali spinti. Non per la difesa.
Si è chiuso ieri, davanti al collegio presieduto dal giudice Eugenio Turco, il processo a un giovane residente in un centro della provincia di Viterbo, denunciato nel febbraio 2018 dal padre e dal fratello della presunta vittima, che avevano rinvenuto il video e diverse conversazioni a luci rosse sullo smartphone della ragazza.
Sarebbe stato proprio il fratello maggiore ad accorgersi della frequentazione telefonica tra la sorella ancora minorenne e il trentenne, dando l’allarme al genitore quando ha scoperto i contenuti pornografici del video, recandosi in caserma un paio di giorni dopo col padre per sporgere denuncia, dopo avere identificato tramite il profilo WhatsApp un compaesano.
Carabinieri
La pm Chiara Capezzuto, sottolineando l’inferiorità psichica della parte offesa, sia per l’età che per l’immaturità della ragazza, ha chiesto per l’imputato una condanna a due anni di reclusione. “Non poteva non rendersi conto, tanto più che entrambi vivevano in un piccolo paese dove si conoscono tutti. I loro dialoghi tramite WhatsApp sembrano conversazioni separate, lui le parlava esplicitamente di sesso e lei gli rispondeva con i cuoricini. L’imputato le ha anche chiesto di andare a casa sua, per fortuna lei non ci à andata, chissà cosa sarebbe successo. Va condannato”, ha detto.
Nessun dubbio sull’identità, per l’accusa. Era ritratto sulla foto del profilo e ha risposto al numero del contatto. Ma per ha sollevato dubbi, per la difesa, l’avvocato Eleonora Olimpieri, mettendo in discussione anche che si tratti della stessa persona che si masturba, ripresa in primo piano, ma solo dalla cintola in giù.
“Ammesso che si tratti del mio assistito, inoltre, non c’è stato alcun contatto fisico. E il vizio del consenso non può essere desunto. Per la ragazza potrebbe essersi trattato di un gioco andato oltre, a giudicare dal tenore delle sue risposte e dai cuoricini. Tanto che lui le dice ‘quando non avrai paura, chiamami’ oppure ‘se mi vuoi sono a casa, se vuoi vienimi a trovare, se tu vuoi stiamo insieme’. Dove sono induzione e sopraffazione? Non c’è mai stato un atteggiamento d’abuso”, ha proseguito la legale.
Il collegio ha assolto l’imputato cpn la formula più ampia, perché il fatto non sussiste.
L’avvocato Eleonora Olimpieri
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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