Viterbo – (sil.co.) – Ha partecipato a diversi omicidi tra cui quello del piccolo Giuseppe Di Matteo ucciso e sciolto nell’acido.
Confermata dalla cassazione la proroga di ulteriori due anni di detenzione in regime di carcere duro al boss mafioso Mario Capizzi, oggi 52enne. Detenuto da oltre venti anni, nel frattempo, ha preso due lauree presso l’università della Tuscia. E’ il capomandamento di Ribera, in provincia di Agrigento, considerato esponente di rilievo nell’ambiente della criminalità organizzata agrigentina collegata a Cosa Nostra.
Mario Capizzi, detenuto per associazione di stampo mafioso, sta scontando una sentenza definitiva all’ergastolo anche per l’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, nato a Palermo il 19 gennaio 1981, figlio del pentito Santino, di cui sarebbe stato uno dei carcerieri, sequestrato all’età di 12 anni il 23 novembre del 1993 in un maneggio e fatto uccidere l’11 gennaio 1996 da Giovanni Brusca.
La suprema corte ha deciso, lo scorso 12 gennaio, sul ricorso proposto dal difensore Teodoro Calderone contro l’ordinanza con cui, il 15 aprile 2021, il tribunale di sorveglianza di Roma ha respinto il reclamo avverso il decreto di proroga del regime detentivo speciale per la durata di due anni, emesso dal ministro della giustizia l’11 settembre 2019.
Giuseppe Di Matteo
In carcere ininterrottamente da oltre 20 anni
Secondo il tribunale di sorveglianza, Capizzi “ha svolto un ruolo apicale, all’epoca della contrapposizione armata tra la sua consorteria mafiosa e i gruppi criminali stiddari”. Secondo la difesa, non si sarebbe valutato correttamente il ruolo associativo svolto da Mario Capizzi nel contesto criminale agrigentino e l’interruzione del suoi rapporti con l’ambiente di provenienza, attestato dal fatto che il ricorrente risultava ininterrottamente detenuto da 22 anni e dal radicale mutamento dell’assetto consortile della sua famiglia mafiosa, che non consentiva di ritenere attuale la pericolosità sociale del detenuto.
Due lauree presso l’università della Tuscia
Sempre per la difesa, non si sarebbe al contempo valutato correttamente il percorso trattamentale seguito da Capizzi durante la sua lunga detenzione nel carcere viterbese di Mammagialla, attestato dal fatto che, in questo consistente arco temporale, ha conseguito due lauree presso l’Università degli Studi di Viterbo, che confermano il percorso di rieducazione positivamente intrapreso dal detenuto.
“Partecipe della guerra di mafia e dell’assassinio del minore”
La prima sezione penale della corte di cassazione presieduta dal giudice Enrico Giuseppe Sandrini ha dichiarato inammissibile il ricorso. “L’importanza del ruolo consortile svolto da Mario Capizzi – si legge nelle motivazioni della sentenza pubblicate il 4 febbraio – appare confermata dagli episodi delittuosi nei quali il detenuto era stato coinvolto, tra i quali, nel provvedimento impugnato, si richiamavano la citata partecipazione alla guerra di mafia tra Cosa Nostra e Stidda verificatasi nella prima metà degli anni Novanta e l’assassinio del minore Giuseppe Di Matteo, il figlio del collaboratore di giustizia Santino Di Matteo”.
“Rapporti coi capi assoluti di Cosa Nostra, tra cui Matteo Messina Denaro”
Viene inoltre sottolineato “il ruolo consortile di spicco svolto dal detenuto nell’ambito della criminalità organizzata agrigentina, attestato dall’ascesa criminale di Capizzi all’interno della cosca di riferimento e della massima caratura della famiglia Capizzi nelle decisioni di Cosa Nostra in ordine al controllo del territorio e delle reatà criminali, facendo al contempo riferimento ai rapporti con i capi assoluti di Cosa Nostra (Giuseppe Falsone, Bernardo Provenzano, Matteo Messina Denaro”.
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