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Sfruttamento della prostituzione - Viterbesi quattro testimoni su cinque - 50 euro il costo per la prestazione completa

Centro massaggi orientali a luci rosse a Villanova, sfilano gli “avventori”

di Silvana Cortignani
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Squillo

Centro massaggi orientali a luci rosse in via Garbini


Viterbo – Centro massaggi orientali a luci rosse a Villanova, sfilano gli “avventori”. Tra il contrariato, l’imbarazzato e lo sfrontato. Tra tanti non ricordo, avevo il mal di schiena, era un gioco, non ero io. “Massaggi hot a chi?”, tanto per rendere l’idea del tenore delle risposte. 

In cinque, di età compresa tra i 50 e i 70 anni, interrogati ieri davanti al collegio presieduto dal giudice Elisabetta Massini e al pubblico ministero Chiara Capezzuto, sono stati costretti, palesemente controvoglia, a dover riferire in merito alle prestazioni extra per cui avevano contattato la titolare, una cinese quarantenne, a processo per favoreggiamento della prostituzione. 

All’interno del centro massaggi al civico 183 di via Garbini, chiuso nel luglio 2017 nel corso di un blitz dei carabinieri, avrebbero esercitato sempre le stesse due squillo, l’imputata e un’altra connazionale, che prendevano appuntamenti coi clienti per telefono, pubblicizzando l’attività senza troppo giri di parole tramite internet. 

Costo del servizio completo, 50 euro. Trenta euro per il massaggio semplice più 20 euro per l’integrazione erotica, ovvero la masturbazione a mani nude, con lieto fine garantito.


Prostituzione - Controllo dei carabinieri

Indagini dei carabinieri


Sul banco dei testimoni quattro “avventori” viterbesi e uno di Bolsena. “Era un gioco tra amici, per far scappare un cameriere arabo che come sentiva la voce di una donna correva via”, ha insistito quest’ultimo, giustificando le molteplici chiamate col protrarsi del “gioco”. 

Un artigiano cinquantenne del capoluogo, ammettendo a fatica di avere chiamato più volte “per gioco, poi per interesse”, ha detto non avere però mai superato l’uscio: “Non era di mio gradimento la persona fisica che doveva farmi il massaggio, non mi piaceva come era vestita, non mi ha ispirato fiducia”.

Un altro teste, che ai carabinieri aveva riferito, nel dettaglio, di avere preso appuntamento per telefono e di prestazioni “bocca-culo, 50 euro tutto compreso”, ieri non ricordava il “particolare”. Poi, sollecitato, ha ammesso di avere chiamato e chiesto informazioni: “Ma solo per ridere con gli amici”.

“Ci sono stato solo una volta”, ha detto uno dei testimoni, subito smentito dalla pm, che gli ha ricordato di avere riferito ai carabinieri “varie volte”. Ha ammesso a stento che poteva essersi sbagliato, quindi ha parlato di “massaggio rilassante dopo il lavoro”, riferendo della prestazione extra, eseguita da entrambe le ragazze, di cui aveva diffusamente parlato quando è stato sentito in caserma nel 2017. Fino al liberatorio, per lui: “Ho pagato dopo, all’uscita, dove c’era la cassa, non ricordo a chi delle due”. 

Si sa che la memoria fa brutti scherzi. “Non ricordo nemmeno quello che ho mangiato oggi a pranzo”, ha sentenziato uno dei cinque, sentiti in tribunale nel primo pomeriggio. “Ho telefonato per un massaggio alla schiena”, ha detto in aula. “Volevo un messaggio erotico-sensuale per sfogarmi, visto che lavoro tante ore al giorno”, aveva detto cinque anni fa ai carabinieri. “Ma non ho fatto niente, sono venuto via perché quando ho visto il posto non mi è piaciuto”, ha aggiunto ieri. “Cosa non le è piaciuto?”, gli è stato chiesto. “Tutte e due le ragazze, da subito, non mi sono piaciute esteticamente”, ha spiegato. “Perché allora ha chiamato più volte?”. Risposta: “Pensavo che le ragazze cambiassero, invece erano sempre quelle”. 

Il difensore Franco Taurchini, in sostituzione del l’avvocato Piero Lorusso del foro di Roma, non ravvisa gli estremi per parlare di sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione di cui è accusata in quanto tale solo la titolare del centro massaggi e non la connazionale, che sarebbe invece la vittima. 

Il prossimo 18 maggio sarà ascoltato l’ultimo dei clienti e uno dei militari che hanno svolto le indagini. 

Silvana Cortignani


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Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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3 marzo, 2022

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