Viterbo – (sil.co.) – “Tu me la paghi, me la paghi di brutto”. Prima lo minaccia su Facebook, poi lo prende a sassate. Anzi a colpi di sampietrini, che lo raggiungono alla testa con una prognosi di dieci giorni.
I fatti, accaduti a Viterbo, risalgono ai giorni del lockdown della primavera 2020.
Il movente sarebbe legato al mondo dello spaccio. Imputato un 24enne, parte civile un pregiudicato 35enne.
Un’aula del tribunale di Viterbo
Vittima un pregiudicato 35enne viterbese, parte civile al processo che si è aperto nei giorni scorsi davanti al giudice Roberto Cappelli contro un 24enne d’origine romena, difeso dall’avvocato Federica Ambrogi, imputato di minacce e lesioni gravi.
Movente la droga: una presunta “infamata” legata al mondo dello spaccio.
Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti durante le indagini, l’aggressore ce l’avrebbe avuta a morte con la parte offesa perché convinto che era stato lui a fare la “spia”, indicandolo come pusher e facendolo arrestare per detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti. Da qui le minacce, culminate nella spedizione punitiva.
“Tu me la paghi pe’ sta cosa, me la paghi, ma di brutto… “, avrebbe promesso il 24enne al 35enne, in un messaggio vocale sul popolare social network, tra fine aprile e fine maggio di due anni fa. E ancora: “Non te preoccupa’, che re vengo a prende’ quando meno te lo aspetti”. Poi sono arrivate le sassate, a colpi di sampietrini che, raggiungendo la parte offesa alla testa, gli hanno provocato un trauma cranico con una prognosi di dieci giorni.
Il processo, che si è aperto nei giorni scorsi con l’udienza di ammissione delle prove, entrerà nel vivo a ottobre, quando saranno sentiti i primi tre testimoni dell’accusa. La vittima si è costituita parte civile con l’avvocato Luigi Mancini.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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