Viterbo – (sil.co.) – Va a vivere in un casale nelle campagne di Fastello, ma non sopporta i tra cani del vicino cacciatore con il quale ogni occasione sarebbe stata buona per litigare. Finisce a processo.
Era il 2015 ed è finita in una serie di querele reciproche, sfociate per il cacciatore nel sequestro amministrativo dei fucili da parte dei carabinieri della stazione di Grotte Santo Stefano, essendo venuti meno i requisiti per il porto d’armi.
Il vicino, invece, è finito imputato in un processo penale, entrato nel vivo la settimana scorsa davanti al giudice Elisabetta Massini, per avere aggredito – verso le 9.30 del 21 febbraio 2016, una domenica mattina – il figlio del cacciatore mentre si trovava nel giardino della sua abitazione, lanciandogli contro degli oggetti dall’esterno.
Testimoni due dei carabinieri che hanno seguito l’evolversi della vicenda.
“L’imputato – hanno spiegato – ha detto che non ce la faceva più a sentire i cani che abbaiavano tutta la notte. Dal 2015 fino a metà 2017 ha vissuto in un vecchio casale non ristrutturato vicino alla casa del cacciatore in una zona prettamente agricola. Gli davano fastidio i cani da caccia, ma in realtà era l’unico a lamentarsi, ad essere infastidito. I cani erano ben tenuti, tutto regolare, ma lui non li sopportava e litigano per questo”.
Il processo riprenderà il 29 settembre, quando l’imputato potrà se vorrà fornire la sua versione dei fatti, per poi proseguire il 7 novembre.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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