Carabinieri – Operazione Biancaneve
Montefiascone – (sil.co.) – Spaccio al bar e l’ombra della camorra sul colle falisco, no del tribunale di Viterbo alla richiesta di patteggiamento avanzata dai legali dei quattro arrestati lo scorso mese di gennaio dai carabinieri della compagnia di Montefiascone nell’ambito dell’operazione Biancaneve.
No del tribunale, dunque, alla richiesta di essere giudicati col rito alternativo che consente lo sconto di un terzo della pena, mentre la cassazione ha bocciato il ricorso contro la misura di custodia cautelare in carcere di uno degli arrestati, un 25enne d’origine campana già arrestato a giugno e luglio 2021, vicino per legami di parentela a elementi di spicco della criminalità organizzata, preso al Sestriere, che fino a poco tempo prima gestiva a Montefiascone un pubblico esercizio. Gli altri tre arresti sono stati messi a segno tra Montefiascone e Civitavecchia.
L’inchiesta ha preso il via quando i carabinieri hanno notato che il bar di Montefiascone acquistato dal 25enne campano, sulla Cassia, era diventato luogo di incontro di diversi soggetti noti alle forze dell’ordine come assuntori abituali. 29 dei quali identificati dagli investigatori. Le successive attività di indagine, coordinate dal procuratore capo Paolo Auriemma e dalla pm Paola Conti, hanno consentito di documentare, anche attraverso attività informativa e tecnica, che i quattro indagati avevano messo in piedi una vera e propria attività di narcotraffico.
Il quartetto sarebbe stato specializzato in cocaina, ceduta all’interno del bar, diventato a tutti gli effetti base di spaccio e un punto di riferimento per una clientela non solo locale, ma proveniente da tutti i comuni del comprensorio del lago di Bolsena. Gli spacciatori avrebbero inoltre effettuato consegne a domicilio sia a Montefiascone che nei paesi limitrofi. Numerose le trasferte degli indagati a Roma per approvvigionarsi di stupefacente, nei quartieri di San Basilio e Boccea-Centocelle, nonché in Campania, a Caivano e a San Felice a Cancello.
Il ricorso del 25enne alla suprema corte è stato rigettato dalla cassazione “per il pericolo di reiterazione criminosa, a fronte dell’inserimento non occasionale del ricorrente nel settore dello spaccio di stupefacenti e dei suoi contatti con ambienti criminali, non avendo avuto efficacia dissuasiva ben due arresti eseguiti nel giugno e nel luglio 2021 ed essendo l’attività illecita proseguita fino al novembre”.
“Il tribunale ha valutato sia la chiusura del bar, che aveva propiziato la pregressa attività di spaccio, sia il fatto che il ricorrente disponesse di un’attività lavorativa a Sestriere, ed ha rilevato come, a fronte della professionalità palesata, il contratto di lavoro di breve durata non costituisse elemento idoneo ad attestare una stabile rivisitazione della condotta di vita e l’allontanamento dai traffici illeciti, traffici illeciti gestiti unitamente a un personaggio (un 35enne “già elemento apicale di un’organizzazione camorristica” si legge , ndr) dall’elevata caratura criminale, traffici di cui misure meno rigorose della custodia in carcere non avrebbero potuto scongiurare la ripresa”.
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Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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