Violenza (Immagine di repertorio)
Viterbo – (sil.co.) – “Sei solo una sgualdrina da quattro soldi”. Non sarebbe cominciata sotto i migliori auspici la relazione tra due trentenni romani, finita nel peggiore dei modi a distanza di cinque anni, nell’estate del 2019, con una denuncia per maltrattamenti da parte della donna ai carabinieri della stazione di un centro della bassa Tuscia, paese d’origine della famiglia di lui, dove la coppia si era nel frattempo trasferita.
L’ex, con cui la donna ha rotto tutti i ponti trasferendosi in una regione del settentrione, è a processo per maltrattamenti in famiglia davanti al giudice Elisabetta Massini che ieri ha ascoltato, tra gli altri, una delle migliori amiche della presunta vittima,
“Fin dall’inizio, nel 2014, quando si sono messi insieme, ci sono stati campanelli d’allarme. Litigavano in continuazione. Era sempre un tira e molla. Un grafico di alti e bassi. Lui le dava della sgualdrina da quattro soldi. Con uno schiaffo in faccia le ha provocato la rottura del timpano. Ma lei non lo lasciava perché era innamoratissima. Una notte mi ha chiesto di andare a casa loro perché lui l’aveva picchiata e poi era uscito”.
“Quando è tornato, da dietro la porta urlava che se non gli avessimo aperto ci avrebbe ammazzate”, ha detto la teste, riferendo di avere visto più volte l’amica coperta di lividi e riconoscendola in due foto esemplificative che sono state acquisite agli atti. “Una volta l’ha colpita a una gamba con un mattarello. Lanciava gli oggetti dalla finestra. Durante una delle sue tante scenate, ha fatto a pezzi tutti i vasi dei fiori che lei teneva sul terrazzo”, ha concluso.
In paese, la mattina del primo marzo 2018, la trentenne fu soccorsa da una ispettrice della polizia locale, richiamata dalle urla provenienti dall’abitazione della coppia. “Suonai il campanello e invitai l’imputato a scendere. Mi disse che c’era stata una lite con la sua ragazza, ma che era passata. Allora gli dissi di fare scendere anche lei. Mi confermò la lite, ma era agitata, piangeva. disse che voleva solo prendere le sue cose e andarsene via. Mi lasciò il cellulare, chiedendomi di aspettarla mentre saliva in casa”, ha spiegato l’agente.
“Quando è scesa, pioveva. L’abbiamo invitata a venire in ufficio, dove è andata in bagno, chiamandomi per farmi vedere un grosso livido che aveva su una gamba. Ma alla proposta di farla accompagnare in ospedale per le cure mediche rispose di no, dicendo ‘io voglio solo andarmene'”. C’è voluto un altro anno.
Il processo riprenderà il 24 novembre.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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