Carabinieri
Viterbo – (sil.co.) – Non sopporta i tre cani da caccia del vicino, ieri è stato condannato a un anno e 9 mesi di reclusione per stalking.
Ogni occasione sarebbe stata buona per litigare. Era il 2015 ed è finita con una serie di querele reciproche, sfociate per il cacciatore nel sequestro amministrativo dei fucili da parte dei carabinieri della stazione di Grotte Santo Stefano, essendo venuti meno i requisiti per il porto d’armi.
Lo scenario è quello delle campagne di Fastello. Il vicino “terribile” è finito imputato in un processo penale, per avere tra l’altro preso a sassate – verso le 9.30 del 21 febbraio 2016, una domenica mattina – il figlio del cacciatore mentre si trovava nel giardino della sua abitazione. I genitori del ragazzo non l’hanno presa bene e lo hanno querelato.
Sassate e bottigliate sarebbero state un classico, oltre a inveire. Tant’è che il giudice Elisabetta Massini, oltre alla condanna a un anno e 9 mesi di reclusione, ha disposto che l’imputato risarcisca con una somma complessiva di cinquemila euro la coppia, 3500 euro alla moglie e 1500 euro al marito.
L’imputato, difeso dall’avvocato Francesco Massatani, si è giustificato dicendo che non ce la faceva più a sentire i cani che abbaiavano tutta la notte. Dal 2015 fino a metà 2017 ha vissuto in un vecchio casale non ristrutturato vicino alla casa del cacciatore in una zona prettamente agricola.
Gli davano fastidio i cani da caccia, ma in realtà sarebbe stato l’unico a lamentarsi, ad essere infastidito. I cani, secondo i carabinieri più volte intervenuti per sedare le liti, che hanno testimoniato in tribunale: “Erano ben tenuti, tutto regolare, ma lui non li sopportava e litigano per questo”.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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