Gran Caffè Schenardi – L’inaugurazione della primavera 2018
Viterbo – (sil.co.) – Non ha portato bene Viterbo all’imprenditore romano Urbano Salvatori che nel 2018 si è lanciato nell’ultimo tentativo di riapertura del Gran Caffè Schenardi e venerdì è comparso nuovamente in tribunale, al fianco del difensore Roberto Massatani, per presenziare al processo in cui è accusato di abbandono di rifiuti, in seguito al ritrovamento di una valanga di rifiuti abbandonati a Castel d’Asso in strada Montarone-Procoio.
Secondo l’accusa, rifiuti del giorno dell’inaugurazione del Gran Caffè Schenardi. L’ultima prima dell’ultima chiusura. Quella del 18 aprile 2018. Davanti al giudice Roberto Cappelli l’ultimo testimone della difesa.
“I rifiuti del bar erano solo organici”, ha spiegato il teste, confermando la versione della difesa, imputato assieme a tre cingalesi difesi dall’avvocato Marina Barnini, che avrebbero materialmente “smaltito” i rifiuti a Castel d’Asso.
A distanza di pochi giorni dall’evento, la sera del 24 aprile di quattro anni fa, i rifiuti furono avvistati da Maurizio Mariani, uno dei responsabili di Viterbo Ambiente, durante un controllo a vasto raggio. Erano sparsi su un’area adiacente alla strada per circa 65 metri quadri.
In mezzo c’erano scontrini riconducibili a Schenardi e anche prodotti ittici crudi. Il responsabile di Viterbo Ambiente li ha notati mentre da strada Ponte del diavolo proseguiva verso Castel d’Asso passando da strada Montarone- Procoio.
Erano i tempi delle prime fototrappole e in prefettura c’era un tavolo ad hoc per combattere il fenomeno dei rifiuti abbandonati in ogni dove. Mariani chiamò subito la questura ed effettuò un primo sopralluogo l’ispettore dell’anticrimine Felice Orlandini, intervenuto sul posto nell’immediatezza con un collega della polizia scientifica e successivamente con la Asl.
Viterbo – Gran Caffè Schenardi
Decisiva per le indagini una telecamera posta in via del Teatro del Genio, un vicoletto che da via dell’Orologio Vecchio porta sul retro di Schenardi, messa lì per sicurezza, a causa di alcuni incendi dolosi che si erano sviluppati, che la sera del 22 aprile ha immortalato un furgone che entrava 2-3 volte a retromarcia, poi diverse persone, tra le quali riconoscibilissimo il titolare, col cassone strapieno di sacchi di rifiuti, secondo l’ispettore Orlandini, sentito all’udienza del 4 maggio.
A Castel d’Asso, tra altre cose, sono stati rinvenuti scontrini di Schenardi, pesce crudo, serrature e chiavi col cartellino che indica cosa aprono, gelatiere, imballaggi.
Combattiva la difesa, con l’avvocato Massatani che ha prodotto sette foto, sottolineando come nella massa si vedano rifiuti secondo lui per lo più non riconducibili all’attività del gran caffè, tra i quali perfino dei quadri. Il legale, inoltre, ha prodotto la fattura relativa ai 1880 euro spesi dall’imputato per la bonifica dell’area e la testimonianza dell’ex dipendente che avrebbe dato il numero di uno “svuotacantine” a Urbani.
La sentenza è prevista fra qualche settimana.
– Monnezza abbandonata a Castel d’Asso, secondo l’accusa era del Gran Caffè Schenardi
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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