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Camorra - Il superpentito del clan dei Casalesi accusato di detenzione illegale di arma insieme al figlio

Carmine Schiavone a processo a Viterbo

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Carmine Schiavone

Carmine Schiavone

Il tribunale di Viterbo

Il tribunale di Viterbo

(s.m.) – Carmine Schiavone a processo a Viterbo. 

Il superpentito del clan dei Casalesi è a giudizio col figlio per detenzione illegale di arma.

L’accusa nasce dall’arresto del 2008: in un capannone intestato al figlio di Schiavone furono trovati fucili e pistole. Era stato l’altro figlio a denunciarlo.

“Per il padre provava un odio atavico – dichiara in aula un ispettore della direzione antimafia -. Gli voleva sparare. Non condivideva la sua scelta di diventare collaboratore di giustizia”.

All’udienza di ieri, l’ispettore ha raccontato dell’arrivo degli Schiavone in un rifugio segreto. Serviva a proteggerli dalle feroci ritorsioni dei clan. Ma da quel momento, la loro vita cambiò. Non era più dorata e semplice come prima, quando erano abituati ad avere tutto.

“Il figlio ne soffriva particolarmente. Giù era rispettato. Gli bastava dire che era un boss per avere tutto quello che voleva. Poteva anche uscire di casa senza soldi: chiedeva al primo passante e glieli dava. Qui non aveva più niente. Nemmeno un amico. Nessuno conosceva la sua vera identità”.

L’ispettore, oggi in pensione, ha seguito per anni il ragazzo. “Mi occupavo di protezione e monitoraggio dei pentiti. Controllavo se riuscivano a integrarsi nella località protetta in cui arrivavano. Alla fine sono diventato amico di Schiavone come di Tommaso Buscetta e altri”.  

Il secondo testimone è un ex assessore. “Il figlio di Schiavone lo conoscevo bene – dice, con affetto -. Era un ragazzo che aveva bisogno di aiuto. I servizi sociali lo seguivano continuamente. Un giorno, dato che sapeva che andavo a caccia, mi chiese se volevo un kalashnikov per sparare ai cinghiali. Ovviamente scherzava… Lui scherzava sempre”.

Il kalashnikov, però, c’era davvero: era con i fucili, le pistole e le munizioni sequestrate durante gli arresti. Il figlio imputato di Schiavone le teneva sotto chiave in un armadietto. Ne avrebbe anche denunciato il furto perché, per un periodo, sparirono misteriosamente. Furono i carabinieri a ritrovarle nel 2008, dopo la denuncia dell’altro figlio, che l’anno dopo ritrattò: voleva solo mettere in difficoltà il padre, ammise nella sua nuova versione.

Carmine Schiavone è l’uomo di Spartacus, il maxi processo al clan dei Casalesi. Sono le sue dichiarazioni di superpentito a far partire l’indagine della Dda nel ’93. Undici anni di processo, milletrecento inquisiti, novanta faldoni e sedici ergastoli, tra cui quello per il cugino di Carmine, Francesco Schiavone detto Sandokan.
Per lo scrittore Roberto Saviano è “il processo di mafia più complesso in Italia negli ultimi quindici anni”. 

Il gip di Viterbo Rita Cialoni non convalidò l’arresto di Schiavone. Il capannone era intestato al figlio, che avrebbe confermato che di quelle armi il padre non sapeva nulla. Il processo, comunque, è andato avanti. Il cugino di Sandokan, rosso in viso, prende la parola e grida alla congiura: “C’è un complotto contro di me. Devo parlare! Se parlo stiamo qui due ore…”. Ma il giudice lo interrompe prima. Alla prossima udienza, se vorrà, si sottoporrà all’esame degli imputati, anche se le difese frenano: a inizio seduta, annunciano subito che gli Schiavone non parleranno. Solo il figlio, forse, rilascerà dichiarazioni spontanee.

Dopo l’arresto, Schiavone era stato portato in un rifugio non lontano dalla Capitale. Ora è in una località segreta.


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24 aprile, 2013

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