– Importavano auto da Germania, Austria e Belgio. Sulla carta, dichiaravano di versare l’Iva. In realtà, non lo facevano.
Di questo devono rispondere i sei gestori di un autosalone di Capranica e l’amministratore di una società cartiera con sede a Roma. Cinque sono accusati di associazione a delinquere finalizzata alla frode commerciale e fiscale. Tra i reati contestati a vario titolo, anche evasione fiscale e falso ideologico.
Le indagini partono nel 2006, coordinate inizialmente dalla polstrada. In un secondo momento, si aggiungono le fiamme gialle. “La polizia aveva scoperto anomalie nel sistema delle importazioni – spiega un maresciallo della finanza che si occupò degli accertamenti -. A fare da intermediario tra i rivenditori stranieri e l’autosalone di Capranica era una società fittizia, che in questi casi prende il nome di cartiera.
La cartiera emetteva fatture senza versare l’Iva. Questo consentiva di abbattere il carico fiscale e di fare in modo che l’autosalone di Capranica vantasse un credito nei confronti dell’Erario. In tal modo, risparmiando sul 20 per cento di Iva evasa, le macchine potevano essere rivendute a prezzi estremamente competitivi. Di gran lunga inferiori rispetto alla media del mercato”.
29 le automobili importate con lo stratagemma della cosiddetta frode carosello. Alcune sarebbero state portate in officine della provincia per ridurre il chilometraggio prima della vendita.
Quattro i testimoni ascoltati ieri, tre dei quali in servizio al nucleo di polizia tributaria della guardia di finanza. La quarta era la segretaria di un’agenzia di pratiche auto, che avrebbe sbrigato le pratiche di nazionalizzazione dei veicoli.
Il processo è aggiornato a giugno.
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