Benedetto XVI e Lorenzo Chiarinelli
Viterbo – Quel 6 settembre 2009, Benedetto XVI, papa nella città dei papi, sembrò quasi volerla considerare ancora tale, se, alle 9,30, si fece anzitutto portare nel palazzo dei suoi predecessori, che definì “imponente”, ricordò i cinque conclavi che vi si svolsero e si raccolse “in forma privata” nella sala dove, ad iniziativa dei viterbesi, nacquero le regole per eleggere i pontefici.
Benedetto aveva colto l’occasione di onorare il vescovo Lorenzo Chiarinelli, prossimo alla rinuncia, per ritagliarsi qualche ora da dedicare al suo maestro Giovanni Fidanza “che poi divenne frà Bonaventura, unendo il suo nome a quello di Bagnoregio nella presentazione che di sé stesso fa nella Divina Commedia: Io son la vita di Bonaventura che nei grandi offici sempre pospuosi la sinistra cura”.
Viterbo – Papa Benedetto XVI davanti al corpo di santa Rosa
Joseph Ratzinger aveva ottenuto la docenza accademica con una tesi su Bonaventura nel 1957 e nel 2007, a mezzo secolo da quell’evento, ce ne ricordammo, col presidente Alessandro Mazzoli e Rino Pompei allora sindaco di Bagnoregio, quando si celebrarono gli ottanta anni della istituzione della amministrazione provinciale. Ne parlammo col vescovo, ci sostenne l’attuale cardinale Fortunato Frezza e, nel mese di santa Rosa, due anni dopo, venne Benedetto e si realizzò così un progetto che per l’ente locale aveva valore istituzionale, per il vescovo Lorenzo di meritato riconoscimento ed – è da pensare – di soddisfazione intellettuale per lo studioso Joseph Ratzinger.
Ricordando quanto egli disse a valle Faul – di cui mostrò di conoscere la storia (“le quattro lettere richiamano i quattro colli dell’antica Viterbium, e cioè Fanum-Arbanum-Vetulonia-Longula”) – l’11 febbraio 2013, giorno delle sue dimissioni, non potemmo far a meno di ripensare a quella citazione dantesco-bonaventuriana di non anteporre la propria persona all’adempimento pieno dei “grandi offici”, cui il Conclave romano lo aveva chiamato dopo Giovanni Paolo II.
Renzo Trappolini, Benedetto XVI e Lorenzo Chiarinelli
Così, col senno di poi, il soffermarsi su questo insegnamento etico-teologico, la visita volutamente privata alla sala del Conclave, l’elencazione che fece dei pontefici eletti o nati qui da noi: Leone Magno, Sabiniano di Blera, Paolo III di Canino, la memoria delle cinquanta visite a Viterbo di suoi predecessori, poterebbero prefigurare uno dei momenti dell’ ”itinerario” (Itinerarium mentis in Deum è l’opera di san Bonaventura da lui analizzata) che andava maturando verso la rinuncia al papato: “linguaggio della sapienza informe – disse – cioè dell’intimo contatto mistico con Dio, allorché l’intelletto dell’uomo sfiora in silenzio il Mistero infinito”.
Esserne stati testimoni, quel giorno di settembre a Viterbo, non si cancella dalla memoria, come le parole con cui Chiarinelli mi presentò a lui, che, per un momento – ma subito lo delusi – pensò fossi anch’io un cultore di Bonaventura. Come resta la lezione di storia locale che ci impartì nei numerosi interventi che fece parlando di Rosa, di Rosa Venerini, Lucia Filippini, Giacinta Marescotti, di san Crispino e del cardinale Barbarigo di Montefiascone, del beato Domenico Barberi che convertì Jhon Henry Newman poi divenuto cardinale e tra i maggiori pensatori cattolici moderni. E, ancora, Mario Fani, fondatore dell’azione cattolica, il monastero delle Trappiste di Vitorchiano con “l’esempio della beata Gabriella Sagheddu lì sepolta”, l’Istituto filosofico-teologico San Pietro, il Centro studi bonaventuriano.
Disse che era venuto a “confermare i fratelli” sulle orme di san Pietro e per prima cosa volle rammentarci la storia cristiana della Tuscia.
Benedetto XVI a Viterbo
A Francesco Bigiotti che lo accolse a Bagnoregio disse: ”Il sindaco ha posto la domanda: Che cosa sarà Bagnoregio domani? In verità, tutti ci interroghiamo circa l’avvenire nostro e del mondo. Quest’interrogativo ha molto a che vedere con la speranza. Non però qualsiasi speranza, ma una speranza affidabile, che, dandoci la certezza di giungere a una meta grande, giustifichi la fatica del cammino attraverso le ali – come insegnava Bonaventura – da dispiegare nel modo più ampio possibile e, per muoverle, impiegare tutte le forze”.
Così parlò quel giorno a Viterbo lo studioso Joseph Ratzinger che per altri tre anni e mezzo sarebbe rimasto papa Benedetto XVI e, poi, per un decennio tornò pensatore e maestro. In solitudine ma a tempo pieno.
Renzo Trappolini
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