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Viterbo - Imputato di minaccia a pubblico ufficiale Armando Libergolis - Nel 2014 è stato il primo detenuto in regime di carcere duro a ottenere la procreazione assistita

Dà in escandescenze al 41 bis, a processo boss della Sacra corona unita

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Il carcere di Mammagialla . nel riquadro Armando Libergolis

Il carcere di Mammagialla – nel riquadro Armando Libergolis


Viterbo – (sil.co.) – Processo viterbese per il boss diventato padre mentre era in carcere a Mammagialla grazie alla procreazione assistita. Era il 2014 quando ottenne il permesso e la storia di Armando Libergolis, 48 anni, esponente della Sacra corona unita, che a Viterbo stava scontando una condanna a 27 anni al 41 bis, fece il giro d’Italia. Detenuto dal 2004, Libergolis è in regime di carcere duro dal 2011.

Due anni dopo, nel 2016, mentre il boss della mafia garganica era sempre detenuto in regime di carcere duro avrebbe dato in escandescenze, scagliandosi contro il personale, finendo così a processo per violenza o minaccia a pubblico ufficiale.

Per questo ieri è comparso davanti al giudice Alessandra Aiello, in collegamento video con il carcere dove si trova tuttora detenuto al 41 bis. Il magistrato ha rinviato l’udienza per la discussione al prossimo autunno, quando il processo si concluderà davanti a un altro giudice del tribunale di Viterbo.

Libergolis è uno dei grandi boss del clan dei Montanari. Tra i protagonisti di “Iscaro-Saburo”, uno dei procedimenti giudiziari più importanti dopo il maxiprocesso a Cosa Nostra.

Si è beccato 27 anni di reclusione in regime di massima sicurezza ma ha sempre negato l’esistenza di una consorteria criminale che porti il nome della sua famiglia, nonché la presenza di una presunta costola di essa.


Tribunale di Viterbo - L'aula di corte d'assise

Tribunale di Viterbo – L’aula di corte d’assise attrezzata con i monitor per i processi in videoconferenza


L’imputato è stato tra i primi beneficiari della possibilità, per i detenuti in regime di “carcere duro”, di utilizzare la tecnica della procreazione assistita.

Sia la cassazione che il magistrato del tribunale di sorveglianza di Viterbo, avevano già sentenziato e stabilito la possibilità, per i carcerati, di ricorrere ai benefici previsti dalla legge 40 del 2004: “Norme in materia di procreazione medicalmente assistita”. In quel caso però poteva diventare padre solo il detenuto che riusciva a dimostrare di aver avuto rapporti sessuali con il proprio partner, per almeno un anno e senza risultati, conclamando dunque uno stato di sterilità.

Naturalmente per un uomo recluso in regime di massima sicurezza non vi è la possibilità di trascorrere con la propria compagna il tempo previsto dalla legge.

Il professor Luca Ripoli, legale di Libergolis, è quindi riuscito a dimostrare alla corte lo stato d’infertilità della compagna del detenuto e quindi l’impossibilità della coppia ad avere figli.

La richiesta di fecondazione assistita, esternata dal detenuto nel 2013, è così stata concessa all’inizio dell’anno successivo sia dal tribunale di Viterbo che dal dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del capoluogo.

Quindi la provetta contenente il liquido seminale di Armando Libergolis ha potuto varcare le mura di cinta del carcere di Mammagialla e raggiungere un laboratorio di analisi della capitale, dove è stato effettuato l’intervento è stato effettuato senza problemi. Futura mamma la moglie del carcerato.


 Boss diventa papà grazie alla procreazione assistita


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.

 


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26 gennaio, 2023

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