Viterbo – Considerati a capo di una banda di baby-pusher, si riuniscono le strade del boss Ismail Rebeshi e dell’ex braccio destro Sokol Dervishi. Rebeshi è attualmente al 41 bis nel carcere di Cuneo. Dervishi, diventato collaboratore di giustizia, è invece ai domiciliari in una località segreta.
Dieci anni fa la coppia di ex sodali fu coinvolta in un presunto giro di spaccio che avrebbe utilizzato come pusher dei ventenni viterbesi.
E si torna a parlare di mafia viterbese. Nel frattempo, a distanza di quattro anni dal blitz del 25 gennaio 2019 si scopre che è tuttora agli arresti, anche se domiciliari, il pentito Sokol Dervishi, condannato in secondo grado a 4 anni mezzo per associazione di stampo mafioso, considerato il braccio destro dei boss Rebeshi e Giuseppe Trovato.
Il particolare è emerso ieri in tribunale quando il giudice Ilaria Inghilleri ha riunito le due posizioni, stralciate in seguito agli arresti dell’operazione Erostrato, di Dervishi e del boss Rebeshi – condannato invece in appello a 10 anni e 11 mesi per associazione di stampo mafioso – a quelle degli altri tredici imputati nell’ambito di un’inchiesta antidroga risalente a dieci anni fa che, nel 2013, avrebbe smantellato un presunto giro di spaccio, tramite l’utilizzo di baby-pusher che all’epoca dei fatti erano ventenni o poco più.
“Fortino della droga” a Tre Croci
Nel 2013, l’operaio albanese 37enne e il connazionale imprenditore quarantenne avrebbero capeggiato una banda di quindici spacciatori di età compresa, oggi, tra i 27 e i 41 anni, trasformando un casale di Tre Croci in una sorta di “fortino della droga” per il consumo collettivo di marijuana.
Piccolo spaccio, riconosciuta la lieve entità
Ieri l’accusa ha chiesto la riqualificazione del reato secondo il quinto comma, riconoscendo la lieve entità dello spaccio, grazie alla quale, riducendosi i tempi della prescrizione, il processo va verso il non luogo a procedere per estinzione del reato contestato, appunto per intervenuta prescrizione. Il giudice Inghilleri, giunta da pochi giorni al tribunale di Viterbo, ha rinviato a febbraio per un’ulteriore verifica dei tempi.
Tra i 15 imputati, giovani all’epoca ventenni
Otto degli altri 13 imputati finiti a vario titolo a processo con i vertici di mafia viterbese sono italiani, giovanissimi, quasi tutti residenti a Vetralla, tra cui una ragazza di 30 anni.
Ai vertici del traffico cinque albanesi
Presunte menti del traffico sarebbero stati cinque albanesi, tra cui Rebeshi e Dervishi, e due donne romene, le compagne di Ismail e Sokol. Rebeshi, in particolare, sorpreso con una banconota da 20 euro falsa, è accusato di detenzione di soldi contraffatti. Sarebbero invece una trentina gli episodi di spaccio accertati dagli inquirenti, diventato “piccolo spaccio” in seguito alla riqualificazione del reato di ieri.
Giro di cocaina tra il 2012 e il 2013
Gli episodi di spaccio coprirebbero un periodo compreso tra il 2012 e il 2013, tra Viterbo, Capranica, Vetralla e la frazione di Tre Croci, Roma e Perugia. Avrebbero venduto o ceduto droga a una vasta clientela, composta da giovani, tossicodipendenti abituali e non. Per lo più cocaina, ma anche altri stupefacenti.
Processo al via l’anno del blitz della Dda
Il processo si era aperto con un nulla di fatto davanti al giudice Silvia Mattei il 14 giugno 2019, quando Ismail Rebeshi e il futuro collaboratore di giustizia Sokol Dervishi erano da poco più di quattro mesi detenuti in alta sorveglianza e al 41 bis dopo gli arresti per associazione di stampo mafioso del 25 gennaio 2019, su input della Dda di Roma, che ha sgominato la banda di criminali italo-albanesi, attiva a Viterbo tra il 2017 e il 2018.
Silvana Cortignani
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Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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