Una donna col velo islamico – Foto d’archivio
Viterbo – (sil.co.) – “C’era il bastone e c’erano le minacce”. A 14 anni ha denunciato la madre e il patrigno di religione islamica che l’avrebbero presa a bacchettate sulle mani se sbagliava i versetti del Corano e l’avrebbero costretta a indossare il velo se non voleva che le spezzassero le ossa.
A novembre, con grande calma ma anche grande determinazione, ha raccontato al collegio del tribunale di Viterbo la sua storia di figlia di immigrati venuti in Italia da uno stato islamico prima che lei nascesse, nel 2006, in una città romagnola, per poi trasferirsi con la famiglia in un centro della Tuscia.
Sarebbe dovuto riprendere ieri con altri testimoni dell’accusa, ma è slittato alla prossima primavera, il processo per maltrattamenti aggravati in famiglia alla coppia di genitori musulmani finiti nei guai in piena pandemia, nel mese di giugno 2020, quando l’adolescente si è decisa a chiedere aiuto ai carabinieri.
A 14 anni ha chiesto aiuto ai carabinieri
È tornata a vivere con i genitori e le sorelle
All’udienza dello scorso 16 novembre è stata la stessa Fatima, nome di fantasia, ora 17enne, a raccontare in tribunale di frequentare ora la terza liceo e di essere nel frattempo tornata a vivere con la famiglia, di cui fanno parte anche due sorelle più piccole.
Tre anni fa, quando faceva ancora la terza media, è stata allontanata per un periodo da casa e alloggiata in una struttura protetta, affidata i servizi sociali del comune della provincia di Viterbo dove risiede dal tribunale per i minori di Roma, che le ha anche nominato un tutore, venuto meno con la revoca del provvedimento.
“Il movente era culturale e religioso”
“A 4 anni ho perso mio padre, poi la mamma si è risposata e ha avuto altre due figlie, le mie sorelle, dal mio patrigno, che io considero un padre”, ha sottolineato. “Quando sono entrata nell’adolescenza sono cominciati gli abusi fisici e psicologici da parte di entrambi, per cui a 14 anni ho chiamato i carabinieri”, ha proseguito.
“Il movente era culturale e religioso – ha spiegato Fatima con grande lucidità e comprensione – mia madre e mio padre volevano che cominciassi a indossare il velo e poi anche il burqa perché stavo crescendo, mentre io non volevo e allora mi prendevano a schiaffi. Se leggevo male i versetti del Corano, invece, mi colpivano sulle gambe e sulle braccia con un bastone di diversi centimetri di diametro, una specie di bacchetta intrecciata, tipica, con gli scheletri essiccati delle foglie di palma. Non lascia lividi, ma fa male e lascia arrossata la pelle”.
“Non per cattiveria, ma per educarmi”
“Capisco che i miei genitori non lo facevano per cattiveria, ma per educarmi. Loro erano veramente convinti di farmi del bene, ma non si poteva andare avanti a quel modo”, ha sottolineato.
Allontanata da casa a luglio 2020, ad agosto ha chiesto della madre: “Non per tornare a vivere con loro, ci sono tornata lo scorso primo settembre, ma perché desideravo incontrarla”, ha detto. Ha poi spiegato che all’età di 14 anni, velo e burqa a parte, andava regolarmente a scuola, aveva il telefonino e poteva uscire da sola. “Ma da sola, in senso letterale. Nel senso che non potevo uscire con i compagni di scuola o con gli amici, perché i miei genitori temevano le cattive influenze”, ha sottolineato, insistendo nel movente religioso e culturale delle restrizioni e delle vessazioni.
“C’era il bastone e c’erano le minacce”
Sarebbero lontani i tempi delle minacce. “Mia madre mi diceva ‘guarda che lo dico a papà, lo sai cosa ti farà’”. Ai carabinieri disse che avrebbero potuto spezzarle le ossa, che suo padre avrebbe potuto farlo: “Penso di avere esagerato, non credo che lo avrebbe fatto”.
Ha però confermato: “C’era il bastone e c’erano le minacce, il movente era culturale e religioso, dall’abbigliamento alla preghiera”. Si è congedata così Fatima, che nel processo è solo parte offesa e non parte civile, uscendo dall’aula a braccetto con la mamma. La madre velata, la figlia no.
– Costretta con le botte a indossare il velo islamico, 14enne denuncia i genitori
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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