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Tribunale - L'ex, imputato di maltrattamenti e lesioni, dà la colpa all'alcol

Gonfiata di botte dopo le nozze di amici: “Aiutatemi che questo mi ammazza”

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Civita Castellana – (sil.co.) – È finito male il matrimonio di amici per una coppia di quarantenni di Civita Castellana. Imputato di maltrattamenti, lui si è difeso con le unghie e con i denti. 

Era il 28 luglio 2018. Prima avrebbero litigato davanti a tutti durante il rinfresco e poi avrebbero proseguito a casa di lei, dove lui l’avrebbe riempita di botte, costringendola a ricorrere alle cure dei sanitari del pronto soccorso dell’ospedale Andosilla.

La vittima, tentando di chiamare un’amica mentre lui le strappava il telefono di mano, avrebbe gridato: “Aiutatemi che questo mi ammazza”. Lui le avrebbe detto: “Se vai via, ti brucio casa”. 


Violenza - immagine di repertorio

Violenza – immagine di repertorio


Mercoledì il processo in cui l’uomo è accusato di maltrattamenti e lesioni e la donna si è costituita parte civile è giunto, davanti al giudice Alessandra Aiello, al passaggio decisivo dell’esame dell’imputato.

Imputato che ha provato in tutti i modi a ribaltare le accuse, fornendo una versione alternativa a tutte le contestazioni mosse da pm e parte civile, tanto da essere sottoposto, al termine di un interrogatorio fiume, a una lunga serie di domande chiarificatrici da parte dello stesso magistrato.

Tra le domande perché, visto che erano a casa della ex con cui non era convivente, non se ne fosse andato. “Per non svegliare mia mamma anziana tornando a casa nel cuore della notte”, si è giustificato l’imputato, cui la parte civile ha ricordato il lungo elenco di lesioni riportate nel referto medico dei sanitari del pronto soccorso che hanno preso in carico la vittima. 

In particolare l’imputato ha insistito nel dire che la ex era avvezza a bere in occasione delle uscite più o meno mondane ed amava fare aperitivi, sottolineando come però non tenesse l’alcol, per cui avrebbe avuto spesso reazioni “sopra le righe”, in particolare nei suoi confronti, che le avrebbe mal digerite. “Innamorato ma stanco”, si è detto più volte.

“La sera del rinfresco di nozze, siccome aveva bevuto, lei mi punzecchiava, mi diceva che ero un quarantenne triste, che ero noioso, che non mi sapevo divertire. In macchina, siccome avevamo litigato davanti ai suoi amici, ha cominciato a urlare che le avevo fatto fare brutta figura. Poi a casa mi ha tirato le scarpe e continuava a urlare”, ha detto.

E qui c’è il giallo della telefonata a un’amica della presunta vittima, che l’imputato sostiene di avere fatto lui e la diretta interessata dice di avare ricevuto dalla parte offesa, che a un certo punto, secondo l’accusa, sarebbe stata vittima di un violento pestaggio.

Al punto da gridare, mentre rispondeva lui dopo averle strappato il telefono di mano: “Aiutatemi che questo mi ammazza”. A detta della vittima, quando gli amici sono venuti a salvarla e l’hanno portata in ospedale, l’imputato avrebbe anche gridato: “Se vai via, ti brucio casa”. 


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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7 marzo, 2023

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