Viterbo – (sil.co.) – No della cassazione al”capo dei capi” della mafia garganica Armando Libergolis.
Il boss diventato papà a Mammagialla, detenuto a Viterbo in regime di 41 bis dal 2011, avrebbe voluto scambiare oggetti con un altro detenuto, ammesso nello stesso gruppo di socialità, senza dover presentare domanda in forma scritta il giorno precedente.
Ma il tribunale di sorveglianza di Roma ha rigettato l’istanza inizialmente accolta dal magistrato di sorveglianza di Viterbo, in seguito al reclamo proposto dal dipartimento dell’amministrazione penitenziaria Dap, per cui Li Bergolis si è rivolto alla cassazione.
Il carcere di Mammagialla – Nel riquadro Armando Libergolis
Il ricorso è stato però dichiarato infondato dalla suprema corte lo scorso 27 giugno. E ora, nelle motivazioni pubblicate il 26 settembre, viene sottolineato come i provvedimenti dell’amministrazione penitenziaria che stabiliscono l’obbligo di presentare domanda per lo scambio di beni tra i detenuti nei gruppi di socialità “non negano il diritto, ma si limitano a regolarne l’esercizio”.
Il giorno prima e non in tempo reale perché, si legge, “l’annotazione dello scambio di per sé tiene traccia di ciò che accade, ma non garantisce che il controllo dell’amministrazione penitenziaria sullo scambio avvenga con la ponderazione necessaria, ad opera, peraltro, di personale che conosca la situazione del detenuto e che non sia semplicemente preposto occasionalmente ad un turno di servizio”.
Sempre quest’anno la cassazione ha inoltre confermato a Libergolis il 41 bis, perché “persistente il pericolo di mantenimento dei collegamenti del boss con la consorteria mafiosa di riferimento” e “concretamente in grado, nonostante il regime più severo in atto, di mantenere contatti con il sodalizio”.
Il detenuto, 48 anni, capo del clan dei montanari Libergolis-Miucci-Lombardone, aveva presentato ricorso contro l’ordinanza dell’ottobre 202 con cui il tribunale di sorveglianza di Roma aveva confermato il decreto del 16 dicembre 2021 ministero della giustizia con cui veniva prorogato per altri due anni il regime del carcere duro. Accusato anche di un omicidio, nel 2009 fu condannato a 27 anni di carcere nel maxi processo “Iscaro-Saburo” che certificò per la prima volta l’esistenza della mafia sul Gargano.
Li Bergolis, che nel 2014 è stato il primo detenuto in regime di carcere duro a ottenere la procreazione assistita, lo scorso 25 gennaio è finito a processo a Viterbo per violenza o minaccia a pubblico ufficiale, per avere dato in escandescenze a Mammagialla nel 2016. la sentenza è prevista entro l’autunno.
La richiesta di fecondazione assistita, esternata dal detenuto nel 2013, è così stata concessa all’inizio dell’anno successivo sia dal tribunale di Viterbo che dal dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del capoluogo. Quindi la provetta contenente il liquido seminale di Armando Libergolis ha potuto varcare le mura di cinta del carcere di Mammagialla e raggiungere un laboratorio di analisi della capitale, dove è stato effettuato l’intervento è stato effettuato senza problemi. Futura mamma la moglie del carcerato.
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Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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