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L'opinione di un candido democristiano - I problemi della nuova geografia della Tuscia

Parlano di futura provincia a tempo scaduto

di Renzo Trappolini
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Renzo Trappolini

Renzo Trappolini

– Il presidente della provincia di Rieti, capitano di lungo corso che guidò addirittura l’Unione delle province d’Italia, abbandona allora la sua nave?

Fabio Melilli si dimette per prendere a volo il traghetto verso il parlamento e i dipendenti della sua amministrazione, ha informato Tusciaweb, starebbero già per imbarcarsi alla volta via Saffi – Viterbo, Palazzo Gentili, dove il nostromo locale, Marcello Meroi, ha convocato un’assemblea di sindaci per giovedi 11.

A tempo scaduto, rispetto alla possibilità di far fare una proposta al governo su come sistemare la Tuscia nella nuova geografia amministrativa della Regione. Il Cal, il consiglio delle autonomie locali, l’organo che avrebbe dovuto proporre, come Pilato si è rivolto, intanto, ad altra autorità: decidano i giudici se è giusto, in Italia, ridurre il numero delle province e le spese.

Così, quasi alla chetichella, può darsi che ci troveremo a far provincia con la Sabina. Una terra dalla quale – se si eccettuano i corsi decentrati dell’Unitus – ci divide tutto, dall’economia alla storia, alla politica. Non va dimenticato, infatti, che, solo fino a qualche decennio fa, Rieti faceva circoscrizione elettorale con l’Umbria e non con il Lazio.

Insomma, il silenzio e l’attesa praticati in questi mesi da chi doveva parlare ed ascoltare premierebbero forse il campanilismo (la sede della nuova provincia) e forse per questo si parlerà del futuro della Tuscia a dadi tratti. Peraltro, non con tutti: imprese, associazioni, sindacati, istituzioni culturali, consigli comunali.

Come se non sarebbe stato, questo, un buon momento per verificare anche quanta omogeneità ci sia tra il sud e il resto della provincia, tra Tarquinia attaccata a Civitavecchia e lontana da Viterbo (con Civitavecchia, poi, è mai iniziato un confronto istituzionale vero?).

Per ricordare che, qualche decina d’anni fa – quando vice presidente della Regione era Maurizio Ferrara, padre di Giuliano, ma anche solido capo del Pci – si costituì il consorzio tebro cimino, dal Tevere di Orte a Capranica, passando per Civita Castellana, Fabrica, Nepi, Sutri e Monterosi.

Tutta quella parte di territorio, dove, per esempio, se hai bisogno di cure arrivi prima al Sant’Andrea che a Belcolle, dove è cambiata la composizione della popolazione perché nei tanti nuovi centri residenziali, come nei borghi storici, son venuti ad abitare i romani, i quali, insieme alle piccole imprese locali, con gli artigiani, ma soprattutto col popolo di operai e impiegati pubblici e privati, alimentano il pendolarismo giornaliero verso Roma, attratti da quel mercato.

Questa area risentirà molto di più delle scelte di Roma città metropolitana con cui confina, piuttosto che con Acquapendente e Bolsena, così contigue a Toscana e Umbria, figuriamoci con Rieti.

Non c’è più tempo per riflettere e agire?

Sì, ce n’è, perché il cambiamento è solo all’inizio e, nell’Europa federale, non hanno davvero senso regioni anomale come il Lazio – megalopoli al centro, meridionale al sud, umbro e toscano al nord – o come il Molise che ha meno abitanti della provincia di Viterbo, della quale è stata, comunque, decretata la fine, nel silenzio assordante, oppure incosciente, oppure interessato.

Renzo Trappolini


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9 ottobre, 2012

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