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Viterbo - Partita con il convegno del professor Oudeh la collaborazione tra l'Università della Tuscia e l'ambasciata degli Stati Uniti

Quando l’Islam è sinonimo di pace e di dialogo

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Alessandro Ruggieri, Nicholas Giacobbe, Marzia Benini, Flaminia Saccà, Massimo Bettini, Nabil Oudeh, Marco Mancini, Giovanni Cucullo

Alessandro Ruggieri, Nicholas Giacobbe, Marzia Benini, Flaminia Saccà, Massimo Bettini, Nabil Oudeh, Marco Mancini, Giovanni Cucullo

– Si è parlato di pace, di culture diverse, di metodi avanzati di ricerca per smussare e ridurre i conflitti attraverso la comprensione reciproca e il dialogo tra popoli e tradizioni diverse.

E’ stata anche l’occasione per dare avvio ad una nuova collaborazione tra Università della Tuscia e ambasciata degli Stati Uniti.

Ha riscosso molto successo tra gli allievi dell’Esercito iscritti al corso di laurea in scienze organizzative e gestionali, il seminario internazionale tenuto presso la scuola sottufficiali dell’Esercito sul tema “Islam and peace building: the prophet’s model” a cura di Nabil Oudeh, organizzato in collaborazione con l’ambasciata in Italia degli Stati Uniti d’America nell’ambito del corso di Sociologia dei fenomeni politici (laurea in Scienze organizzative e gestionali dell’Università della Tuscia) tenuto da Flaminia Saccà.

“Per prima cosa – ha esordito Oudeh – vorrei introdurre un accostamento concettuale che, per la gran parte delle persone, è a dir poco ossimorico: Islam e pace. Pensando all’Islam la prima cosa che viene in mente non è certo la pace, in quello che è, nel migliore dei casi, un profondo fraintendimento dei concetti del Corano. Non intendo dire che l’Islamismo sia una religione di pace assoluta, questo no, ma tutti coloro che abbiano letto e compreso il Corano potranno dirvi come il tanto sbandierato concetto di Jihad, inteso come guerra ‘santa’, sia totalmente estraneo al testo sacro.

Bisogna tener presente che sebbene l’Islam sia un’unica religione, al suo interno si muovono decine e decine di culture diverse, tutte molto differenti fra di loro. Nell’intrecciarsi con le diverse culture e tradizioni, l’interpretazione del Corano, in principio univoca, è stata più volte manipolata fino a diventare un potente strumento di controllo al servizio di personaggi che rappresentano tutto fuorché l’ortodossia coranica”.

Secondo Oudeh la chiave irrinunciabile, per migliorare i rapporti internazionali tra il cosiddetto “occidente” e i paesi islamici, è nella capacità di instaurare un dialogo su base quotidiana, tra persona e persona.

“Ci sono delle nozioni necessarie e propedeutiche – continua Nabil Oudeh – perché un soldato riesca a relazionarsi con un musulmano, riassumibili in tre concetti. In primis la comprensione del Corano, cosa dice a proposito della pace e sull’interazione con i non-musulmani, in secondo luogo la conoscenza degli insegnamenti del Profeta Maometto ai suoi seguaci e, infine, il contenuto del trattato denominato ‘Achtiname di Maometto’, una promessa di pace e protezione rivolta al popolo cristiano dal Profeta in persona. Perché il dialogo possa funzionare sono anche necessarie pazienza, rispetto e capacità di ascoltare, non imponendo mai il proprio punto di vista, ma stabilendo una base di confronto empatica”.

Al termine del seminario, che Oudeh ha condotto in maniera brillante, i militari hanno avuto la possibilità di porre una serie di domande al relatore, che si è dimostrato ben felice di rispondere a tutti gli interrogativi inerenti la cultura islamica e le sue diverse sfumature.

Nabil Oudeh è presidente e fondatore del Centre for Conflict Resolution International, con base negli Stati Uniti e Canada, impegnato da anni nel dialogo interculturale ed è un’autorità internazionale nel campo della risoluzione di conflitti tra diversi gruppi etnici, religiosi e culturali. Con questa iniziativa, la prima del genere tra Università della Tuscia e Ambasciata degli Stati Uniti, si è avviata una stretta collaborazione che prevede, nei prossimi mesi, altri incontri e non solo sui temi della pace.

“E’ un’esperienza stupenda e ringrazio l’ateneo viterbese per questa straordinaria occasione che contribuisce positivamente alla formazione dei giovani militari italiani aiutandoli nel contesto in cui lavoreranno. E’ stato un momento di grande impatto, profondo e intelligentemente eccitante. I giovani militari della Scuola Sottufficiali dell’Esercito che frequentano il corso di laurea in Scienze organizzative e gestionali hanno posto domande interessanti e complesse -ha dichiarato il Dott. Oudeh- che mi hanno permesso di spiegare altre culture nell’ottica del processo di costruzione della pace”.

“Ho voluto promuovere questo incontro – ha sottolineato Flaminia Saccà – per arricchire un corso che intende fornire gli strumenti per l’analisi di fenomeni politici che, nel mondo globalizzato, si fanno sempre più complessi. Lo scambio di conoscenze con esperti internazionali, le chiavi di lettura e interpretazione di culture che possono sembrare anche molto distanti dalle nostre ma che a diverso titolo incidono sulla nostra percezione del mondo e sulle scelte politiche nazionali e internazionali, non può che giovare ad una migliore comprensione dei rapporti tra i paesi, dei processi soggiacenti la globalizzazione e, non da ultimo, del mondo in cui si vive e lavora”.

“Stiamo lavorando ad ampliare l’offerta formativa, arricchendola di nuove esperienze, rapporti e collaborazioni di altissimo livello come quella avviata da oggi con l’Ambasciata degli Stati Uniti” Ha sottolineato Alessandro Ruggieri, direttore del dipartimento Economia e impresa.

Sulla stessa lunghezza d’onda il Dott. Nicholas Giacobbe addetto culturale dell’Ambasciata degli Stati Uniti: “ Un’esperienza stimolante – ha detto- parlare di pace a giovani militari. E’ la prima opportunità di una proficua collaborazione tra università della Tuscia e Ambasciata Statunitense. E’ stato consegnato un messaggio importante agli allievi sottufficiali dell’Esercito che porteranno con loro quando andranno a svolgere il loro lavoro nei paesi esteri. Questo-ha proseguito Nicholas Giacobbe- non è che il primo tema affrontato. Certamente ne seguiranno altri non meno importanti”.

Dopo i saluti, la delegazione dell’ambasciata americana ha raggiunto il rettorato dove ha incontrato il rettore Marco Mancini che, dopo aver condotto gli ospiti in una breve visita del complesso di Santa Maria in Gradi, ha confermato l’intenzione dell’Ateneo di proseguire in questa stretta collaborazione con l’ambasciata degli Stati Uniti in Italia.


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19 ottobre, 2012

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