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Viterbo - Tentato furto in banca - Prima udienza per Pino Pelosi che fu condannato per l'omicidio di Pier Paolo Pasolini

“Questo processo è un accanimento contro di me”

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Pino Pelosi in tribunale a Viterbo

Pino Pelosi in tribunale a Viterbo

Pino Pelosi in tribunale a Viterbo

Pelosi con il suo avvocato Valerio Panichelli

(s.m.) – “Mi ritrovo imputato senza sapere come. Questo processo è un accanimento contro di me che davvero non capisco”.

Pino Pelosi è un fiume in piena. L’ex ragazzo di vita, condannato per l’omicidio di Pier Paolo Pasolini, è alla sbarra al tribunale di Viterbo per tentato furto. Ma lui “non sa neppure di cosa stiamo parlando”.

Il processo per quel colpo fallito al Monte dei Paschi di Siena di Vetralla, nel 2010, è cominciato ieri mattina. “Non so neanche dov’è quella banca”, si agita Pelosi all’entrata del tribunale.

Non conosce nessuno, ma scherza con tutti. Acconsente a farsi fotografare. “Basta che scrivete le cose come stanno”.

Parla a mitraglietta, a voce alta e in dialetto romanesco. Ai giornalisti, mostra i tagli sul braccio della settimana scorsa, quando ha occupato per protesta l’assessorato all’Ambiente di Roma ed è salito sul tetto. “Ho minacciato di buttarmi perché il Comune non ci paga”, spiega. Ora lavora per una cooperativa che si occupa del recupero sociale dei detenuti.

Nel ’79 la Cassazione lo condannò a nove anni in via definitiva per il delitto Pasolini. Ha ottenuto quasi subito la semilibertà, ma fino a pochi anni fa entrava e usciva dal carcere.

Sulla morte del poliedrico intellettuale, ha cambiato più volte versione. Prima ammise, poi ritrattò. Ora, di quel pestaggio che uccise il poeta all’Idroscalo di Ostia, Pelosi non vuole parlare. Dice di “chiedere al suo regista”, Federico Bruno, che ha appena girato un film su Pasolini e, ieri mattina, accompagnava Pelosi in tribunale.

Si lamenta un po’ di tutto. Dell'”Italia che va a rotoli” e della “giustizia che non funziona”. E’ convinto che il suo caso sia esemplare.

Per gli investigatori viterbesi, il 27 febbraio 2010, Pelosi faceva da palo nei pressi della banca vetrallese, mentre il suo presunto complice, Stefano Lemma, cercava di forzare una finestra. Un cliente al bancomat, che dice di averlo riconosciuto, ha fornito ai carabinieri una sua descrizione. Ma per Pelosi è a dir poco inverosimile.

“Hanno proprio sbagliato persona. Io mica avevo i capelli lunghi, all’epoca. Li avevo corti come adesso”. Giura di poter fornire molti altri dettagli a sostegno della sua tesi. E li direbbe tutti se non ci fosse a trattenerlo il suo avvocato, Valerio Panichelli, che gli impedisce di svelare tutta d’un colpo la strategia difensiva.

Quella di ieri è stata solo la prima udienza di ammissione delle prove. Accusa e difesa hanno illustrato l’elenco dei documenti e delle testimonianze che intendono portare al processo. L’avvocato Panichelli ha citato anche il regista Bruno.

La prossima udienza è fissata al 17 ottobre.


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19 marzo, 2013

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