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Camorra - Il superpentito del clan dei Casalesi parla in aula

Armi nel capannone, assolto Carmine Schiavone

di Stefania Moretti
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Carmine Schiavone

Carmine Schiavone

– Dice di avere sulla coscienza 71 omicidi. Si è pentito. Ha fatto arrestare centinaia di ex compari ed è scampato ad almeno due attentati. La vita di Carmine Schiavone sembra un film.

Il superpentito del clan dei Casalesi ne racconta frammenti sparsi ai giudici del tribunale di Viterbo. Gli stessi che, oggi, lo hanno assolto dall’accusa di detenzione abusiva di arma, condannando uno dei suoi figli a cinque anni.

L’arresto scatta nel 2008. All’epoca, Schiavone è già da sedici anni collaboratore di giustizia. Vive sotto copertura. Ma al suo vero nome non ci rinuncia: “Io mi chiamo Carmine Schiavone – dichiara, fiero, in udienza, a voce alta -. Hanno cercato di zittirmi con la stricnina, ma non ce l’hanno fatta”.

Da boss della camorra a pensionato. Un po’ agricoltore e un po’ imprenditore. Settant’anni il 20 luglio, occhi azzurri e capelli bianchi, Schiavone parla a mitraglietta con l’inseparabile accento campano. Parte da lontano. Da nomi che fanno tremare: Badalamenti, Buscetta, Cutolo, Riina. Punta il dito contro un ex prefetto e un comandante dei carabinieri non più in servizio in provincia. “Prendeva ordini da due fratelli mantenuti con i soldi del clan. Uno faceva la scorta quando noi facevamo i “summìt”…”, pronunciato alla casertana. Schiavone vorrebbe parlare di quando già un parente lo incastrò piazzando armi nella sua azienda. O di quando i camorristi gli sequestrarono la moglie e un figlio a Vasto. Ma il collegio non ha tempo di ascoltarlo: il presidente Eugenio Turco lo invita a stringere sui fatti del processo. Su quell’arresto a Natale di cinque anni fa.

“Mi vengono a casa alle due di notte con un ordine di cattura – spiega ai giudici -. Mi portano a Mammagialla. Per fortuna mi hanno messo in una stanza appartata, vicino all’ufficio matricola. Ci avevo mandato centinaia di persone a Mammagialla”.

Coi giornalisti si sfoga. Spiega che lì lui non ci doveva stare: poteva andare solo in un carcere per pentiti. Ma ce lo portano lo stesso, per un paio di fucili trovati vicino casa, in un capannone intestato al figlio. Quelle stesse armi, nel 2005, dovevano essere consegnate in Prefettura per la revoca del porto d’armi al figlio di Schiavone. Sparirono misteriosamente per tre anni, per riapparire quando padre e figlio vengono arrestati per detenzione abusiva di arma e simulazione del furto dei fucili. Solo al pentito vengono contestate anche la calunnia e l’estorsione.

A denunciare il padre e il fratello è un altro figlio di Schiavone, che in aula chiamano Silvio e che al processo ritratta. Il pm Stefano D’Arma imputa quell'”acrobatico cambio di versione” ai “sensi di colpa” di una “persona psicologicamente instabile”. Schiavone è più netto: si alza in piedi e mostra al giudice la lista delle case di cura in cui è stato ricoverato. “Silvio è matto”, spiega ai cronisti. Per la difesa la sua ritrattazione al processo vale oro: “Ha detto di aver denunciato il padre per fargli un dispetto – sostengono gli avvocati Corsaro e Ferrone -. Conosce queste armi e in parte le ha anche utilizzate”.

Silvio odiava il padre da quando aveva smesso di fare il boss. Non era più temuto e rispettato. Non accettava il fatto che, da figlio di un camorrista, era diventato una persona qualunque. Proprio contro casa del padre e dei familiari aveva esploso alcuni colpi d’arma da fuoco tra il 2004 e il 2005. “Io sono una vittima – spiega Schiavone -. Ho testimoniato a centinaia di processi e fatto sequestrare beni per 2500 miliardi, compresi i miei. Per la giustizia ho sconquassato anche la mia famiglia. Quindi devo ancora credere nella giustizia. Altrimenti mi ammazzo o vado a fare il kamikaze”.

Per lui, l’accusa chiedeva la condanna a quattro anni e mezzo e a un anno e tre mesi per il figlio. Il collegio dei giudici ha fatto il contrario: dopo un’ora abbondante di camera di consiglio ha assolto Schiavone da tutte le accuse, dichiarando prescritta la simulazione di reato. Il figlio è stato condannato a cinque anni. Quanto all’altro figlio Silvio, gli atti sono tornati alla Procura, che dovrà indagare su un ipotetico concorso in detenzione di arma.

Stefania Moretti

 


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8 luglio, 2013

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