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L'alambicco di Antoniozzi - Una riflessione sull'incontro in comune sulle unioni civili in cui erano presenti le associazioni cattoliche

Disoccupazione e pensioni al minimo minacciano la famiglia più del registro

di Alfonso Antoniozzi
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Alfonso Antoniozzi

Alfonso Antoniozzi 

Viterbo  – Faccio un’ammissione pubblica e dichiaro in tutta tranquillità che nel 1981, ai tempi del referendum abrogativo della legge sulll’aborto, ero dietro i banchetti del Movimento per la Vita a raccogliere le firme per i “si”. Lo so, di stupidaggini nella vita se ne fanno tante. A mia scusante dirò che all’epoca frequentavo i gruppi d’Azione Cattolica della mia parrocchia e ci avevano precettati tutti per andare a fare la raccolta firme, e poco importava se la maggioranza dei giovani “volontari” fossero minorenni (me compreso) e quindi magari sarebbe stato il caso di lasciarci fuori dalle loro beghe almeno fino a quando non avessimo un minimo di esperienza delle cose della vita, ma soprattutto fino ad aver raggiunto quella responsabilità civile delle nostre azioni sancita dalla maggiore età.

Alla luce di quanto vi ho appena raccontato, potete figurarvi quanto poco mi abbia stupito l’aver visto salire la marea di associazioni cattoliche pronte a imbracciare lo stendardo dei sacri valori per andarli a difendere di fronte alla commissione che avrebbe dovuto discutere del registro delle unioni civili: niente di nuovo sotto il sole, ci si arma e si parte. Dio lo vole.

Sia chiaro, la democrazia assicura a ciascuno la libertà di esprimere la propria opinione, ci mancherebbe altro, nessuno lo mette in dubbio neppure per un istante. Ma a leggere i reportages sull’incontro e le successive dichiarazioni fiorite sui giornali online c’è da rimanere a bocca aperta: nessuna di queste associazioni cattoliche ha ammesso di essere, per carità, contro il registro delle coppie di fatto per motivi dogmatici o religiosi, ma che lo sono in quanto il registro minerebbe la famiglia tradizionale, e perché in fondo non lo vuole nessuno, via, così poche firme a sostegno, perché perdere tempo?

Ecco, io penso che avrebbero fatto miglior figura a dire che Dio lo vole, perché per come la vedo io, sbaglierò sicuramente, la famiglia tradizionale è minacciata molto più seriamente dalla disoccupazione giovanile al 53% che impedisce la creazione di un qualsivoglia nucleo familiare figurarsi la progettazione di una prole, e dalla disastrata situazione pensionistica. In altre parole: in una famiglia dove lavora solo il padre o solo la madre, ci sono due figli e magari un anziano col minimo di pensione, credo che non sia un pugno di coppie gay che chiedono un riconoscimento a minarne la sopravvivenza. Si fosse riflettuto su questo, magari si sarebbe arrivati anche a considerare che esistono coppie formate da un uomo e da una donna che, vuoi per mancanza di denari vuoi per motivi vari ed eventuali, non vogliono o non possono sposarsi e per le quali il riconoscimento delle coppie di fatto sarebbe un’eccellente soluzione. Le associazioni han preferito invece affossare Sansone con tutti i Filistei.

Per quanto riguarda lo sparuto sostegno dei cittadini a questa iniziativa, mi pare siano state raccolte circa 1500 firme su 63000 abitanti: fossero stati voti, il candidato che li avesse riscossi siederebbe tranquillo in consiglio comunale, per dire quanto relativo possa essere il concetto di “poco”.

Poniamo per assurdo che ne siano state raccolte anche solo venti, ossia che ci siano dieci coppie a Viterbo che chiedono di essere riconosciute. Gli diciamo di no a priori perché sono poche?

Faccio un esempio pratico: se una frana rendesse inaccessibile una strada che conduce a una palazzina con dentro venti persone, ce ne freghiamo perché tanto sono solo venti? Per sapere eh? Se c’è un’esigenza manifestata dai cittadini, se ne discute serenamente senza cassarla a priori perché “è esigenza di pochi”.

Ma la tristezza, credetemi, che mi ha assalito nel leggere il reportage di TusciaWeb non è nulla rispetto alla desolazione che mi ha colto quando ho visto il fotoracconto: in difesa della “famiglia tradizionale” c’era un gruppo di attempati signore e signori; in difesa del registro, un gruppo di giovani (con una lodevolissima eccezione). In altre parole: gente che non ha un futuro davanti e che ha costruito quanto voleva costruire, che nega a chi ha un futuro davanti la possibilità di costruirselo come preferisce. Che malinconico spettacolo.

Per tacere del fatto che pare, in questo Paese, che la questione morale venga sollevata con molta indignazione solo a baluardo della “famiglia tradizionale”, sorvolando allegramente su malversazioni, corruzioni, tradimenti, evasioni, assegni scoperti, affiliazioni occulte e palesi, e che spesso gli appassionati difensori della famiglia tradizionale la amano al punto tale da non darsi troppo pensiero se si tratta di sfasciarne una o due, nel corso della loro vita, pur di costruirne un’altra. Quando si dice “la dedizione alla causa”.

Abituato però come sono al pensiero positivo: evidentemente i gruppi cattolici hanno perso la pessima usanza di reclutare i ragazzini, e nessun giovane ha sentito l’esigenza di andare a dir la sua contro il registro delle coppie di fatto, il che mi da’ la speranza, anzi la certezza, di un futuro migliore.

Malissimo che vada, si tratta solo di aspettare che la Natura, tanto invocata da chi si oppone al registro delle coppie di fatto, faccia inesorabilmente il suo corso.

Alfonso Antoniozzi

 


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29 gennaio, 2014

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