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'Ndrangheta in Umbria - Operazione "Quarto passo" - I retroscena dell'inchiesta perugina che riguardano la Tuscia - Membri della cosca interessati all'impianto di Bassano Romano

Fotovoltaico, estorsioni e lavori non pagati

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Bassano Romano

Bassano Romano

Una pattuglia dei carabinieri

Una pattuglia dei carabinieri

Bassano Romano – (s.m.) – Spunta un impianto fotovoltaico di Bassano Romano nelle carte dell’inchiesta “Quarto passo”.

Anche nell’indagine dei Ros che ha sgominato l’appendice umbra di una cosca crotonese, la Tuscia è un pezzetto di cornice degli affari criminali.

Sull’impianto fotovoltaico di Bassano si concentrano gli interessi di Antonio Lombardo, tra i 61 destinatari delle misure cautelari disposte dal tribunale di Perugia. Lombardo è indagato per estorsione tentata e consumata in relazione all’impianto di Bassano.

Nella mega ordinanza del gip Alberto Venoso si legge che l’impianto sarebbe stato di proprietà del padre di Lombardo. O meglio, a lui “fittiziamente intestato”, mentre la gestione di fatto è del figlio, che ha interessi nel fotovoltaico anche in Germania.

Il padre di Lombardo avrebbe scritto una lettera al comune di Bassano Romano il primo maggio 2010. Poche righe per comunicare l’inizio dei lavori di realizzazione dell’impianto a partire dal 13 maggio in località Prato Cecco, non lontano dalla stazione.

Antonio Lombardo avrebbe cercato di costringere un imprenditore “a consentire l’utilizzo ‘di facciata’” di un’azienda edile umbra per aggiudicarsi l’appalto di sistemazione dello stesso impianto fotovoltaico. L’imprenditore in questione avrebbe subìto minacce e ritorsioni di vario tipo: “Mi faceva intendere che se fosse successo qualcosa non dovevamo poi chiedere aiuto a lui – avrebbe raccontato la vittima ai carabinieri -. Mi disse poi ‘Io non ci sono per nessuno'”, sottintendendo di non poter più contare sul suo aiuto, com’era successo in passato: “Aveva mediato e garantito una sorta di protezione quando avevamo subìto le pesanti minacce e l’incendio dell’autolavaggio nel contesto delle attività estorsive dei calabresi”, spiega, ancora, l’imprenditore agli investigatori.

Lombardo, nelle intercettazioni, è aggressivo e risentito: “Mo’ le metto io le “zizanie” (all’amministratore della società, ndr), così gli imparo a campare…”. “Io ho fatto quello che ho fatto per voi. Adesso me ne lavo le mani”. “Il motivo che non mi vuoi fare il lavoro, fammi capire, qual è?”. “Se vogliamo fare i dispetti, troppi… si fanno”.

Lombardo non riesce comunque nel suo intento. L’imprenditore minacciato è già in contatto coi carabinieri e prende tempo. Perciò, in questo caso, l’estorsione è solo tentata.

Diventa, invece, estorsione consumata quando lo stesso Antonio Lombardo si rifiuta di pagare un’altra ditta che aveva eseguito lavori elettrici all’impianto fotovoltaico bassanese. I lavori erano stati affidati nel 2010. L’estorsione si piazzerebbe a cavallo tra il 2011 e il 2012, quando l’azienda porta a termine il tutto e presenta un conto di 15mila euro. Lombardo non solo non paga ma, secondo le testimonianze raccolte dagli inquirenti, minaccia pesantemente l’elettricista: se gli avesse fatto causa “avrebbe passato guai seri sapendo dove abitava lui, sua moglie e i suoi figli”.

Insieme agli altri indagati per estorsione Luigi Orlando, Carmine Saullo e Andrea Piergiovanni, Lombardo impone al titolare dell’impresa di assumere personale.

L’elettricista è costretto a ritrovarsi quattro operai in più in azienda, tra cui lo stesso Orlando. Gente senza alcuna competenza, secondo gli atti dell’inchiesta. E con quei quattro operai in più, imposti dalla cosca, l’azienda doveva eseguire altri lavori gratis per conto di una ditta di Orlando e Piergiovanni. Un salasso. Perché oltre a non avere un euro dei 38mila del saldo, l’imprenditore avrebbe dovuto sborsare anche 20mila euro in più, per i costi della manodopera “aggiunta”.


Le mani della ‘ndrangheta sull’Umbria


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11 dicembre, 2014

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