Viterbo – “Marchetti e Leporatti non erano semplicemente concorrenti. Si odiavano”.
Nessun margine per l’associazione a delinquere, secondo la difesa dei fratelli Leonardo e Matteo Leporatti.
Per gli avvocati degli imputati per una frode da 110 milioni di euro, l’accusa di aver messo in piedi un’organizzazione specializzata nell’evadere il fisco, importando auto dall’estero, non regge sul piano personale, prima ancora che sostanziale.
L’avvocato Marco Sabatini lo dice a chiare lettere: i rapporti tra i Leporatti ed Elio Marchetti erano logori. Non correva buon sangue dal 2005, quando Marchetti lascia la Lem e va a lavorare alla Centro Auto. Per rendere meglio l’idea, la difesa li definisce “galli dello stesso pollaio”. “Litigano quasi subito – continua Sabatini -. Marchetti diventa il concorrente numero uno dei Leporatti. Il principio è elementare: se vendeva una macchina lui, non la vendevano i Leporatti. Ma oltre alla concorrenza, c’era un’inimicizia molto aspra”.
L’avvocato Roberto Massatani, per Marchetti, rincara la dose. “Non troverete mai intercettazioni tra Marchetti e i Leporatti. Le telefonate sono solo con Lorenzetti, ma è naturale: era il cognato”. Per Massatani, l’associazione a delinquere è a dir poco “traballante”. L’avvocato sfodera una sentenza della Cassazione a sezioni unite: “Serve una struttura. Una precisa ripartizione dei ruoli. Una precisa pianificazione. E qui non c’è niente di tutto questo”. Ma se l’accusa sostiene – e lo sostiene – che il sistema messo in piedi polverizzasse la concorrenza, vendendo auto di grossa cilindrata a prezzi stracciati, Massatani aggiunge anche che c’era un dettaglio fondamentale che rendeva possibile l’abbattimento dei costi: “Le auto importate dall’estero non erano nuove, ma aziendali o a chilometri zero. E proprio per questo costavano meno”.
Oltre a Marchetti e ai fratelli Leporatti, sono imputati Davide Lorenzetti e Giorgio Consalvi, amministratori di due delle società coinvolte nel presunto raggiro.
Il sistema ipotizzato è quello della cosiddetta frode carosello: le macchine venivano comprate dalle concessionarie viterbesi, con la mediazione delle società “cartiere”, che acquistavano formalmente dall’estero senza versare l’Iva. Il vantaggio era doppio: da un lato, non pagare l’imposta e dividere l’importo tra cartiera e acquirente; dall’altro, abbattere i prezzi grazie all’omesso versamento e distorcere il mercato a proprio favore. Risultato: tutti a giudizio per associazione a delinquere e una costellazione di reati fiscali defunti, perché datati 2005-2006. E non sono bastate le richieste di rinvio a giudizio della procura nel 2008 a salvarli dalla prescrizione.
Alla scorsa udienza, il pm Franco Pacifici aveva chiesto due anni e quattro mesi per tutti. Le difese, l’assoluzione dall’associazione a delinquere e dai reati fiscali, comunque prescritti. A maggio, la sentenza.
– Auto all’estero con frode, chiesti 2 anni e 4 mesi
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