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Tribunale - Il padre accusato di aver colpito la figlia e il fidanzato con un'asta di ferro si difende in aula

“Non ho usato nessuna spranga, mi volevano massacrare”

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Il tribunale di Viterbo

Il tribunale di Viterbo

Viterbo – “Non ho usato nessuna spranga, mi volevano massacrare”. Si difende in aula il padre finito a processo con l’accusa di aver colpito con una sbarra di ferro la figlia e il fidanzato, poco più che 20enni.

I fatti risalgono al luglio 2015. E’ sera quando l’uomo avrebbe aggredito la coppia nei pressi di un bar del capoluogo. Arrivato a bordo dell’auto della figlia, l’imputato inizia a inveire contro la ragazza: “Sei una puttana di merda – le avrebbe detto –. Guarda come ti riduco la macchina”. E giù calci e pugni al Maggiolone. Poi con una spranga inizia a colpire la capote e i due fidanzati, feriti al ginocchio e alla spalla.

“E’ stato solo uno scatto di ira – dice l’uomo davanti al giudice Rita Cialoni -. Un atteggiamento non giusto, ma legato ad anni e anni di tensioni per motivi economici. Sceso dall’auto, mi sono trovato davanti tre persone. Mi hanno preso a calci sulla gamba, mi volevano massacrare. Così sono tornato in macchina, ho preso un’asticella di ferro e l’ho alzata in aria per autodifendermi. Non l’ho usata contro nessuno. Non ho toccato nessuno”.

Poi, secondo l’accusa, i calci e i pugni al Maggiolone. E i danneggiamenti. “Che danno può fare un calcio dato sotto l’auto? Nessuno”. L’uomo racconta di un difficile rapporto padre-figlia. Ammette di averle inviato messaggi minacciosi ma nega gli appostamenti e i pedinamenti. “Di quegli sms me ne pento – spiega l’imputato in aula – ma le cattiverie che le mie figlie mi hanno fatto sono tante: non ho più una casa, un soldo. Sono stato affidato ai servizi sociali e mangio alla Caritas. Mi hanno portato via tutto”.

Dopo l’esame dell’imputato, ci sarebbe dovuta essere la sentenza. Rinviata tra un paio di giorni. L’uomo risponde di lesioni, stalking e danneggiamenti.


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18 novembre, 2016

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