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Tribunale - Sutri - In aula il drammatico racconto di una donna vittima di maltrattamenti e soprusi da parte del compagno, maresciallo capo dell'esercito: "Mi picchiava anche mentre ero incinta, ho temuto di abortire"

“Mi ha massacrata di botte e chiesto un patto di sangue”

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Un'aula di tribunale

Un’aula di tribunale

Sutri

Sutri

Sutri – “Mi ha massacrata di botte mentre ero incinta: calci e pugni sul seno; mi ha presa per il collo, mi ha tirata per i capelli e sbattuta contro il muro. Mi ha minacciata di uccidermi, buttandomi in un burrone e investendomi con l’auto. Mi ha afferrata per i polsi e bloccata sul letto: fare sesso era il suo unico scopo”. Per più di due ore ha raccontato in aula il dramma di una relazione lunga tre anni. Un’udienza fiume, in cui una 50enne di Sutri ha ripercorso i presunti maltrattamenti e soprusi subiti dal compagno, padre della sua terza figlia. E’ stata la donna a trascinare l’uomo, maresciallo capo dell’esercito, in tribunale, dopo averlo denunciato ed essersi rivolta al centro antiviolenza Erinna. Nel processo la 50enne si è costituita parte civile, come l’associazione che da sempre è al fianco delle donne vittime di violenze.

“Ho conosciuto il mio ex compagno nel 2010 – racconta la presunta vittima al giudice Rita Cialoni -. All’inizio era carino, attento e disponibile. Mi faceva la corte, mi riempiva di complimenti. Mi diceva che gli piacevo tantissimo, sia a livello fisco che mentale. Ma dopo qualche mese è esplosa tutta la sua gelosia: ha iniziato a controllarmi il telefono, fino a farmi terra bruciata di amici. Ha iniziato a essere autoritario, fino a chiedermi un patto di sangue: mi sarei dovuta incidere la mano con un coltello per giurargli fedeltà. Fortunatamente mi sono opposta e lui si è giustificato dicendomi che aveva il mal d’amore, che prima di me non aveva mai amato nessuna donna”.

Poi i primi maltrattamenti. “E’ sempre stata colpa della gelosia – continua la 50enne -. Futili motivi per cui mi aggrediva con violenza: una volta, in un centro commerciale, mi ha tirato un pugno sul seno. Ho pianto davanti a tutti. Piano, piano ha iniziato a rendermi la vita impossibile: era autoritario, mi controllava in continuazione, mi ha cancellato anche tutti i numeri che avevo sul cellulare”.

A febbraio 2011 la donna scopre di essere incinta. “All’inizio ho avuto tanta ansia – ammette vittima -. Avevo già due figli, non ero più giovane e il mio compagno iniziava a essere sempre più violento. Ma per amore mi sono rimessa in gioco, pensando fosse l’inizio di una relazione diversa, di una storia importante. Dopo cinque mesi gli ho aperto le porte di casa e abbiamo iniziato a convivere, ma è stato un calvario. Mi ha massacrata di botte anche quando ero incinta: mi ha presa per il collo, mi ha tirata per i capelli e sbattuta contro il muro. Ho temuto pure di abortire. Non ero più padrona di fare nulla: né di uscire con i figli, né di andare a fare la spesa e non potevo decidere neppure cosa cucinare”.

I soprusi sarebbero continuati anche dopo la nascita della piccola. “Non gli è mai interessato nulla della figlia: il suo unico scopo era fare sesso con me e quando non volevo mi afferrava per i polsi e bloccava sul letto o sul divano – spiega la donna -. Mi diceva che ero di sua proprietà, mi aveva segregata in casa. Non gli è mai interessato nulla della figlia: me la strappava dal seno e la buttava nel passeggino o nel seggiolone o sul letto. Quando piangeva si urtava. Era asmatica, ma non l’ha mai curata né accudita. Mi ha massacrata di botte anche davanti la bimba e mentre mi picchiava è capitato colpisse anche lei. Poi mi intimava di non dire nulla ai miei figli più grandi, ma spesso mi ha aggredito anche davanti al maschio minacciandolo di farlo diventare orfano”.

A marzo 2013 la donna trova la forza di cacciare l’uomo di casa e di denunciarlo. “Ero piena di segni e lividi sul corpo – sottolinea la 50enne -. Mi sono rivolta a una dottoressa che mi ha fatto conoscere l’associazione Erinna. Ma della fine delle relazione il mio compagno non si è mai dato pace: lo trovavo spesso sotto l’appartamento e mi riempiva di messaggi. ‘Mi sono comportato male e ho sbagliato’, mi scriveva. ‘E’ imperdonabile quello che ti ho fatto ma cambierò per te’. Poi le telefonate. A tutte le ore, anche a mezzanotte. E dopo le scuse sono iniziate le offese e le minacce: ‘Vai affanculo, stronza. Stai attenta a quello che racconti che ti ammazzo’. Mi voleva uccidere buttandomi in un burrone o investendomi con l’auto. Mi ha anche augurato il cancro.

L’ho amato tanto – conclude la donna – ma poi mi ha fatto schifo: come uomo e come padre. Per due anni non ha più voluto vedere né sapere nulla della figlia. Mi ha rovinato la vita”.


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14 marzo, 2017

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