Viterbo – “Mi faceva prostituire, e quando intrattenevo i clienti lui restava in camera. Nascosto”.
Ha raccontato il suo inferno in aula, ieri, davanti ai giudici del tribunale di Viterbo, Alina (nome di fantasia, ndr), una romena poco più che ventenne costretta dal fidanzato a vendere il proprio corpo in un appartamento in pieno centro storico, in corso Italia.
Si sarebbe prostituta, contro la sua volontà, fino a quando il suo fidanzato-protettore non l’avrebbe picchiata. Per l’ennesima volta. All’una di notte del 7 ottobre scorso. In mezzo alla strada. Vicino a un bar di piazza del Teatro. E lei lo ha denunciato, confidando ai carabinieri non solo le botte ma anche la triste storia che c’era dietro. L’uomo, un connazionale di 30 anni, è finito a Mammagialla, con l’accusa di sfruttamento della prostituzione e lesioni.
“Mi ha convinta a prostituirmi con la scusa dei soldi – racconta Alina -. ‘Se non ti prostituisci moriremo di fame’, mi ripeteva in continuazione. Per non farmi scappare, stava sempre con me. Restava in camera, nascosto, anche mentre intrattenevo i clienti. Mi ha tolto i documenti senza più ridarmeli, nonostante le mie richieste”. Il fidanzato-protettore si sarebbe impossessato anche dei soldi che Alina guadagnava vendendo il suo corpo. “Li usava per giocare alle slot, e per me non avevo mai nulla. Anche perché non avevo tantissimi clienti. C’erano giorni in cui venivano in quattro o cinque, e in altri invece nessuno.
Poi, il 13 settembre, quando gli ho detto che non volevo più prostituirmi, è andato su tutte le furie. Mi è saltato addosso e mi ha afferrato il collo con le mani. Mi ha picchiata e minacciata di uccidermi: ‘Tanto – urlava – mi faccio qualche anno di carcere e poi esco’. Non ce la facevo più. Ne ho parlato con qualche cliente, e mi hanno consigliato di denunciarlo e scappare. Ma non potevo, perché lui mi seguiva in continuazione”.
Eppure la notte del 7 ottobre, mentre Alina riceveva in casa, l’imputato sarebbe rimasto in un bar di piazza del Teatro, a giocare con le slot. Dopo aver finito, Alina lo avrebbe raggiunto. Gli avrebbe chiesto dei soldi per pagare le bollette ma lui avrebbe preteso anche quelli che la fidanzata aveva appena guadagnato. Poi le botte. Alina corre a casa e chiama il 112. “Ma oggi – dice – lo perdono per tutto quello che mi ha fatto. Lo perdono totalmente”.
L’accusa avrebbe raccolto le prove della prostituzione in un fascicolo fotografico che il procuratore capo Paolo Auriemma, titolare delle indagini, ha fatto acquisire. I carabinieri, in particolare, su un sito di incontri online indicato dalla stessa Alina, avrebbero trovato una serie di annunci con il suo numero di telefono e alcune foto. “Me le scattava lui – dice ai giudici, riferendosi al suo fidanzato-protettore – per poterle mettere su internet”.
L’imputato, prima della fine dell’udienza, si è sottoposto all’interrogatorio del pm e del suo difensore, l’avvocato Guido Conticelli. “E’ stata lei a volersi prostituire – si è difeso -, e a me questa cosa non piaceva. L’amavo, talmente tanto da tatuarmi il suo nome. Ma lei era gelosa. Non voleva né che lavorassi né che parlassi con altre donne.
Alle slot giocavamo entrambi. Anzi, giocava più lei che io. Giocava in continuazione. E io i suoi soldi non li toccavo, tanto da non mangiare per giorni interi. Poi non ce l’ho fatta più, e le ho detto che l’avrei lasciata. Per ripicca ha così chiamato i carabinieri, raccontandogli un sacco di bugie”.
A novembre la prossima udienza, quando i giudici dovranno decidere se scarcerare o meno l’imputato, come chiesto dal suo avvocato. Oltre a pronunciare la sentenza.
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