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Tribunale - Parte civile l'aspirante mamma, a processo per lesioni colpose un ginecologo

Diventa sterile dopo l’inseminazione artificiale, disposta superperizia

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Viterbo - Tribunale

Viterbo – Tribunale

Capranica – Aspirante mamma resta sterile dopo un intervento di fecondazione assistita andato male, il tribunale dispone una superperizia che sarà affidata a tre diversi specialisti: un medico legale, un infettivologo e un ginecologo. 

Dietro la vicenda, sfociata in un processo per lesioni colpose a carico di un ginecologo, il dramma di una coppia che sognava di avere un bambino con l’inseminazione artificiale. 

Nessun lieto fine. La donna, nel giro di poche settimane, si è ritrovata sterile.

Era il 2010 quando gli aspiranti genitori, marito e moglie, si sono rivolti a una struttura privata di Capranica, cui faceva riferimento un ginecologo dell’ospedale di Belcolle. 

Il 17 marzo 2011 il grande giorno che, sulla carta, avrebbe dovuto preludere a un lieto fine dopo nove mesi. Qualcosa però è andato storto e la donna, parte civile nel processo, ha contratto la setticemia, con l’asportazione delle tube e dell’ovaio sinistro e il conseguente addio alla sospirata maternità. Era dal 2003 che tentava inutilmente di restare incinta naturalmente, dopo una gravidanza extra uterina e l’asportazione dell’ovaio destro. 

L’ambulatorio di Capranica, che all’epoca non aveva tutte le autorizzazioni necessarie, fu sequestrato dai Nas, mentre è iniziato il 27 maggio 2016 davanti al giudice Silvia Mattei il processo per lesioni colpose al medico, che non sarebbe stato autorizzato a esercitare la professione fuori della Asl.

Testimoni i mancati genitori. Drammatico il racconto delle vittime. Prima dell’intervento non avrebbero firmato alcun consenso, né sarebbero stati informati dei rischi. Si sarebbero fidati. Al marito, per raccogliere lo sperma, sarebbe stata data una siringa già aperta e sarebbe stato mandato in bagno, invece che in uno specifico locale. Nello studio, senza finestre, un lettino qualunque: nessun archivio, cartelle cliniche, strumentazione come da legge. Non ci sarebbero stati né centrifuga, né termostato e i ferri chirurgici sarebbero stati tenuti dentro il cassetto di un mobile.

Quando la donna è arrivata a Belcolle con 40 di febbre, il ginecologo l’avrebbe tranquillizzata, dicendo che era normale. Dopo 25 giorni è andata a Villa San Pietro, una clinica capitolina, dove non è stato possibile fare niente per evitare l’asportazione delle tube e dell’unico ovaio rimasto.

A distanza di sette anni, il giudice Mattei, prima di chiudere il processo, ha accolto la richiesta di disporre una perizia super partes, stanti le contrapposte conclusioni cui sono giunti i consulenti della difesa e dell’accusa. Una super consulenza che dovrebbe essere dirimente, da affidare, come ha espressamente preannunciato il magistrato, a un collegio peritale composto da un ginecologo, un infettivologo e un medico legale, che sarà nominato il prossimo 25 maggio.

Un compito delicato. Spetterà alla terna di specialisti “verificare i profili di colpa contestati al ginecologo, nonché il nesso di causalità tra gli stessi e le lesioni oggetto dell’imputazione, anche alla luce di quanto emerso durante il dibattimneto e alla luce delle contrapposte posizioni delle consulenze di parte”. 

Silvana Cortignani

 


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5 aprile, 2018

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