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Tribunale - Fabrica di Roma - Testimonianza choc di una vittima di stalking, perseguitata da un 44enne denunciato da decine di vicini - L'imputato filmava e fotografa la figlia minorenne della donna

“Ho tentato il suicidio perché non ne potevo più”

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Viterbo - Tribunale

Viterbo – Tribunale

I carabinieri di Fabrica di Roma

I carabinieri di Fabrica di Roma

Fabrica di Roma – (sil.co.) – “Ho tentato il suicidio perché non ne potevo più, quell’uomo mi ha devastato la vita senza un perché”.

E’ stato il momento più drammatico della testimonianza choc di una vittima di stalking, una 43enne di Fabrica di Roma che, per colpa delle persecuzioni di un vicino di casa, nel novembre 2015 ha tentato di togliersi la vita, restando ricoverata per dieci giorni all’ospedale di Belcolle. 

L’aguzzino, secondo l’accusa, nel caso specifico avrebbe anche avuto il vizio di filmare e fotografare sia la vittima, sia la figlia quindicenne della donna. 

E’ il presunto “stalker seriale” 44enne di Fabrica di Roma, più volte denunciato per molestie e minacce da tutto il vicinato, attualmente imputato in due distinti processi penali in cui le vittime sono sempre i vicini, che lo hanno denunciato per fatti risalenti al 2013- 2014.

“Per colpa sua ho perso il compagno, che mi ha lasciata dopo otto anni; ho perso mia figlia quindicenne, che ho dovuto mandare dal padre a Ostia, perché lui aggrediva anche lei e io non ero in grado di difenderla; ho perso la mia attività di parrucchiera perché non ci stavo più con la testa”, ha detto la donna, parte civile con l’avvocato Giuseppe Picchiarelli, al giudice Elisabetta Massini. 

“Il babbo e la mamma erano morti, i carabinieri venivano sempre ma non potevano stare con me 24 ore su 24, mi sono trovata sola, volevo morire, ho tentato il suicidio, mi ha devastato la vita, dormivo vestita per la paura di dover scappare di notte, adesso mi stanno per togliere la casa, io che non prendevo nemmeno l’aspirina devo assumere tutti i giorni psicofarmaci”, ha proseguito.

Ignoto il motivo di tanto odio: “Non so perché ce l’avesse tanto con me, con mia figlia e il mio ex compagno. Entrambi viviamo in campagna, in una zona isolata, dove c’è un’unica stradina per passare. Lui mi spiava dalla casa e poi si appostava sulla strada, fermando la mia macchina e aprendo la portiera per picchiarmi. Un paio di volte c’è riuscito. Una volta mi ha preso a cazzotti in faccia mentre cercavo di chiudermi dentro. Un’altra mi ha tirata fuori mentre chiamavo al telefono i carabinieri, strappato il cellulare, sbattuta per terra e trascinata verso la sua abitazione”, ha raccontato nell’aula colma di pubblico, tra le lacrime.

Pubblico attonito, di fronte a una domanda posta alla donna dal difensore dell’imputato: “Perché lei non ha cambiato casa?”. Come a dire che, data la situazione, la vittima avrebbe fatto bene ad alzare le tende e andarsene. Domanda bocciata dal giudice, mentre si levava un brusio generalizzato nell’aula 5 del tribunale di via Falcone e Borsellino dov’era in corso il processo.

Sentenza il 15 ottobre 2018. 


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13 aprile, 2018

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