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Tribunale - Il processo per la bancarotta da 60 milioni si è chiuso con quattro assoluzioni e una condanna - Tre anni a Angelo Mascagna, più una maxiprovvisionale

Crac Seal, toccherà a uno soltanto risarcire un milione di euro…

di Silvana Cortignani

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Viterbo - Tribunale

Tribunale – Il processo si è chiuso a due giorni dalla prescrizione e 13 anni dal crac

 

L'avvocato Marco Russo

L’avvocato di parte civile Marco Russo

 

L'avvocato Roberto Massatani

L’avvocato Roberto Massatani, difensore di uno degli imputati assolti

 

Viterbo - La conferenza stampa dell'operazione Birretta - Il pm Stefano d'Arma

Il pm Stefano d’Arma – Ha chiesto una condanna e quattro assoluzioni

Viterbo – Crac Seal, toccherà a uno soltanto risarcire la bella somma di un milione di euro. Niente in confronto alla bancarotta da 60 milioni della società per la riscossione dei tributi. Tanto se si considera che sarà l’unico a pagare. 

“Alla fine della fiera, solo uno viene bastonato”, ha detto il difensore. 

Condannato a tre anni. A due giorni dalla prescrizione. Si tratta di Angelo Mascagna, uno dei cinque ex membri del consiglio d’amministrazione della Seal rinviati a giudizio nel gennaio 2016 (un sesto, il presidente e legale rappresentante Vincenzo Pieretti, è deceduto), con l’accusa di bancarotta per distrazione attraverso l’emissione di fatture per operazioni inesistenti in concorso. Per un ammontare di un paio di milioni di euro. La punta dell’iceberg. 

Il processo si è chiuso ieri, a due giorni dalla prescrizione e a 13 anni dal quel crac memorabile per la città di Viterbo, con quattro assoluzioni e una condanna.

Tre anni in primo grado al solo Mascagna (il pm D’Arma aveva chiesto due anni e mezzo). Più una maxi provvisionale. Un milione di euro che dovrà versare alla parte civile, il commercialista Massimo Cinesi, per la curatela del fallimento. In vista di un più cospicuo risarcimento in sede civile. Perché se la condanna penale sarà prescritta in appello, resta il nodo del risarcimento riconosciuto “in zona Cesarini” alla presunta vittima dal collegio presieduto dal giudice Silvia Mattei. 

L’ex presidente e legale rappresentante, Vincenzo Pieretti, nel frattempo è deceduto. Sono stati invece prosciolti Lorenzo Gasperini, Luciano Meassi, Maria Grazia Innocenzi Baldinelli e Maria Immacolata Venanzi. Come chiesto dallo stesso pubblico ministero. 

Mascagna, intanto, oltre ai tre anni e al milione, è stato condannato, con le pene accessorie, anche all’inabilitazione all’esercizio di una impresa commerciale per 10 anni, all’incapacità di esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa per 10 anni e a 5 anni di interdizione dai pubblici uffici. 

“Uno sfacelo finanziario, il più grosso fallimento nella storia della città di Viterbo”, lo ha definito il difensore di parte civile Marco Russo, sottolineando l’enormità della vicenda.

Miliardi di vecchie lire spesi come fossero bruscolini, come ha sottolineato nella sua lunga e articolata arringa il pm Stefano d’Arma. Una parentopoli di assunzioni e promozioni lampo da quadri super a funzionari ai vertici della società fallita nel 2005 e che fino al 2003 aveva avuto la concessione della riscossione dei tributi in provincia di Viterbo. 

I contribuenti della Tuscia se la ricordano per le migliaia di cartelle pazze inviate anni e anni fa ad altrettanti presunti morosi che morosi non erano. 

Erano i tempi del conclamato fallimento della Seal spa, la Società Esattoriale Alto Lazio, azienda privata che riscuoteva i tributi in tutta la provincia. Le indagini della finanza sono partite nel 2005.

Ma alla fine, secondo Russo, la montagna ha partorito il topolino. “Le fatture per operazioni inesistenti di cui si è dibattuto in questo processo sono la punta dell’iceberg – ha detto il legale – si scaricano le responsabilità sul deceduto presidente Pieretti e su Mascagna che gestiva i rapporti esterni. Altre posizioni andavano attenzionate. Condotte gravissime, una gestione di carattere personalistico, con assunzioni di comodo di parenti, figli, nipoti. La relazione di Cinesi è rimasta sorda durante le indagini”.

“E la massa di creditori? Lasciano increduli le richieste di assoluzione – ha proseguito l’avvocato – a mio avviso è una vicenda che avrebbe dovuto avere un altro sfogo dibattimentale. C’è stata accettazione del rischio e il dolo è pieno e intenzionale”.

Durissimo contro i tempi biblici della giustizia. “Solo l’udienza preliminare è durata due anni – ha sottolineato – il processo è giunto al collegio quando la candela stava per spegnersi. Bene che si sia giunti al primo grado”

Al centro dell’intricata vicenda una delle più gravi bancarotte che la Tuscia ricordi, con un passivo fallimentare di oltre 60 milioni di euro. 

Tra i difensori si è fatto notare Roberto Massatani. “La Seal, purtroppo, è nata male. Una società composta solo da privati e non da banche. Senza banche alle spalle, ha dovuto fare spesso ricorso a crediti bancari. Ha ragione la parte civile. Ma qui non c’è il falso in bilancio, c’è la bancarotta per distrazione e la distrazione manca, mentre le società fantasma venivano coinvolte dal presidente. E non lo dico perché è morto”. 

Un  fallimento annunciato. Nel 1997-98, la Seal avrebbe avuto un miliardo di capitale e 21 miliardi di debiti con la Carivit, per un’incidenza degli interessi di due miliardi e mezzo di vecchie lire. Ad oggi il passivo ammonterebbe ancora a 57 milioni di euro, 42 milioni dei quali con l’agenzia delle entrate e il resto tra fornitori ed esattorie, per imposte e Inps non pagati. Sarebbero rientrati solo tre milioni e 400mila euro, due milioni e 800mila dei quali di provvisionale grazie a una causa relativa ai contratti bancari vinta in primo grado con la Carivit, che però ha fatto appello. Il tribunale, invece, ha rigettato un’altra causa contro la Carivit, per abusiva concessione di credito, dal momento che ha dato 31 miliardi a un’azienda che aveva poco o nulla. 

“Se la Seal fosse stata fermata dieci anni prima, forse non sarebbe successo”, ha risposto Cinesi durante il processo alle domande sul ruolo svolto dal collegio sindacale poste dall’accusa e dal difensore di parte civile, parlando di costi esageratamente elevati per cui l’azienda non aveva assolutamente margine. 

Del tutto sproporzionato il costo del personale. Cifre assurde: una sessantina di dipendenti in tutta la provincia, una quarantina solo a Viterbo. Poi i componenti del cda che già dal 1994, nonostante la crisi, si sarebbero promossi da quadro super a funzionario, mentre venivano assunti come consiglieri anche i parenti. Parenti ovunque, una delle certezze del processo. Sarebbe stata la tendenza.

Silvana Cortignani

– Fallimento record da 60 milioni di euro, processo al via


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9 maggio, 2018

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