Viterbo – “Mio padre picchiava sempre la mamma e anche noi figlie, a me una volta ha sbattuto la testa contro il muro”. “A volte mi picchiava con un tubo di plastica, non riuscivo a salire le scale di scuola”. “Una volta mia sorella si spaventò talmente tanto che per la paura se la fece sotto”.
Così una 22enne, oggi studentessa universitaria, ha raccontato al giudice Giacomo Autizi le angherie cui venivano sottoposte la moglie e le due figlie, all’epoca minorenni, di un autotrasportatore d’origine romena finito sotto processo per maltrattamenti in famiglia e lesioni aggravate. In aula anche la sorella, oggi 16enne, che essendo ancora minorenne è stata ascoltata a porte chiuse. L’imputato è difeso dall’avvocato Giuseppe Picchiarelli.
Ieri il via al processo. La prima ad essere sentita è stata la madre che, a distanza di quasi cinque anni dalla denuncia, risalente all’ottobre 2013, ha divorziato dal presunto aguzzino e, a sorpresa, ha deciso di rimettere la querela: “Lui ora vive in Germania, è sposato on un’altra donna, mantiene rapporti con le figlie e collabora con me nella loro gestione”, ha detto, giustificando la decisione.
Il processo, però, va avanti lo stesso, a fronte della gravità delle accuse. Le aggressioni sarebbero state all’ordine del giorno, scatenate da un nonnulla. “Una sera vedevamo una trasmissione in televisione in cui difendevano le donne. Lui ha cominciato a dire che l’uomo aveva fatto bene, poi se l’è presa con me”. Si sarebbe salvata, come tante altre volte, correndo dai vicini: “La vicina si è accorta perché stavamo sul balcone e mi ha fatto cenno di scendere, così sono scappata di casa con le due figlie e lei ha chiamato i carabinieri”.
“Mi diceva ‘prima o poi morirai anche tu, stai attenta io non ho niente da perdere’ e poi giù schiaffi, pugni e calci”, ha proseguito la donna, una 47enne. “Tanto la ammazzo e ve la rimando morta”, avrebbe minacciato una volta i genitori della vittima, chiamandoli nel cuore della notte in Romania”. Quando gli ha comunicato che voleva lasciarlo, le ha sottratto le chiavi della macchina: “L’avevamo pagata 1700 euro, lui me ne ha chiesti 2mila. E siccome mi serviva per lavoro, ho chiesto aiuto ai colleghi del ristorante in cui lavoro, che hanno fatto una colletta per farmi avere i soldi“.
Un crescendo di violenza, fino all’episodio più drammatico, nella primavera del 2013: “Ce l’aveva con me, ma se l’è presa con la maggiore delle nostre figlie, che all’epoca aveva 11 anni. Ha cominciato a colpirla, sbattendole la testa contro il muro, finché non si è sentita male. Poi è andato a dormire e noi siamo corse in ospedale a Belcolle”. Diventata impossibile la convivenza, con le figlie si è trasferita: “In una casa piccola e vecchia, ma dignitosa, dove abito tuttora. Allora ha minacciato di portarmi via le figlie, dicendo che era già stato da un avvocato di Viterbo, perché la casa non era adatta a loro”.
Drammatica la testimonianza della figlia oggi ventiduenne.
“Ha sempre picchiato noi e la mamma, anche quando eravamo piccole e stavamo in Romania. Solo che facendo il camionista tornava a casa solo un paio di volte all’anno. Qui in Italia, invece, veniva tutti i fine settimana e ogni volta erano botte. Il giorno che mi ha sbattuto la testa contro il muro, io mi ero messa in mezzo per difendere la mamma”.
“A volte mi picchiava con un tubo di plastica, provavo talmente tanto dolore per le botte che mi aveva dato che non riuscivo a salire le scale di scuola”. E ancora: “Portavo una sciarpa sul viso per nascondere i lividi”. Infine: “Una volta mia sorella si spaventò talmente tanto che per la paura se la fece sotto”.
Ciononostante ha riferito al giudice di avere rimosso i ricordi più brutti e di avere ora un rapporto sereno col genitore. “Ci sono cose che ricordo solo se me le dice qualcuno”, ha sottolineato, spiegando di avere sofferto di crisi di panico da bambina e di avere molti vuoti di memoria.
Il processo riprenderà il 7 luglio.
Silvana Cortignani
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