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Tribunale - Tuscania - La vittima, forse narcotizzata, è finita in ospedale - In aula il racconto dell'anziana: "Ero ancora bella e ardita"

Ultranovantenne agganciata da due donne per strada e rapinata in casa

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Viterbo - Tribunale

Viterbo – Tribunale

Tuscania – (sil.co.) – Novantenne rapinata in casa da due donne, una bionda e una mora, che si erano presentate all’uscio con fare amichevole. Una di loro, identificata grazie alle foto segnaletiche, è finita sotto processo per rapina aggravata davanti al collegio presieduto dal giudice Silvia Mattei. 

In aula la presunta vittima, un’anziana oggi 91enne, che sarebbe caduta nella trappola tesa dalle due “maliarde” il 13 febbraio 2014. La pensionata, che si è costituita parte civile, lucidissima nonostante l’età avanzata, ha detto: “Quando è successo, quattro anni fa, ero ancora bella ardita”. Tant’è che, a 87 anni, stava tornando a casa con le buste della spesa.

“Due giorni prima le stesse due donne, a bordo dell stessa vettura grigio scuro, mi avevano fermata per strada. Una di loro mi aveva abbracciata, chiedendomi ‘come va la schiena?’. Siccome ho dei problemi alla schiena, le ho risposto, chiedendole però chi fosse.Al che lei mi ha detto ‘la figlia di Adriana’. Non ho capito chi fosse Adriana, ma è finita lì”, ha raccontato

Due giorni dopo la coppia si è manifestata nuovamente, al portone: “Hanno inchiodato con la macchina e si sono offerte di portarmi a casa la spesa.  Erano gentili e sorridenti. Io ho detto loro che non potevo comprargli niente, al più offrirgli un caffè. Così sono salite. Io ho messo la caffettiera, una è andata al bagno e l’altra mi ha portato il caffè al tavolo. Era talmente cattivo che ho commentato: ‘Che c’è il veleno?’. Mi ha suggerito: ‘Ci metta lo zucchero’. Il tempo di sorseggiarlo e non ricordo altro”. 

L’ha trovata la figlia verso le sette del pomeriggio, riversa a terra in cucina, in stato confusionale, non si sa se perché sia stata narcotizzata, sia caduta sul pavimento o sia stata spinta a terra.

Al pronto soccorso è giunta con un vistoso livido sul lato destro del volto e un occhio gonfio. 

“Mia figlia mi ha trovata ‘morta’. Mi hanno portato a Belcolle con l’ambulanza e per 4-5 giorni non ho capito più niente. Intanto abbiamo scoperto che a casa era stato svuotato il settimino, posizionato tra la cucina e il bagno, con tutti gli ori di famiglia, miei e di mio marito defunto, di mia figlia, suo marito e mia nipote, e anche di mio figlio che sta a Siena. Mio marito, ogni volta che tornava dalla Sicilia, mi portava un bracciale o una collana d’oro. Non mi è rimasto niente. Solo la fede e la catenina che avevo addosso”. 

La difesa dell’unica imputata ha messo in discussione la bontà del riconoscimento fotografico effettuato in caserma dopo la denuncia. La procedura è stata ripetuta in aula, da un album contenente diverse immagini di donne. E l’ultranovantenne non ha avuto dubbi. “E’ lei”, ha detto, al termine dell’identificazione bis. 

Il processo riprenderà il 10 luglio. 

6 giugno, 2018

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