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Nessuno tocchi la torre di Pier Paolo Pasolini...

Ancora e sempre il poeta abita qui…

di Antonello Ricci

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Viterbo - Antonello Ricci

Viterbo – Antonello Ricci

 
Pier Paolo Pasolini e sullo sfondo la torre di Chia

Pier Paolo Pasolini e sullo sfondo la torre di Chia

Chia - La torre di Pasolini

Chia – La torre di Pasolini

Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Di ritorno da un viaggio di lavoro, ho letto e apprezzato il pezzo-allarme a firma Daniele Camilli intitolato “La Torre di Pier Paolo Pasolini rischia di diventare una casa vacanze” pubblicato venerdì 2 novembre scorso. Ho condiviso amarezze e preoccupazioni dell’erede Pasolini, signora Graziella Chiarcossi Cerami, preoccupazioni e amarezze di cui il giornalista di Tusciaweb ha saputo farsi interprete con l’inossidabile passione civile che gli è consueta.

Della Torre Pasolini sono tornato a scrivere a più riprese a partire dal 1998. Dell’amore del poeta friulano per il nostro paesaggio (il “più bello del mondo”).

Ma anche del ruolo critico della Torre-castello nella poetica dell’ultimo Pasolini. Del rifugio presso Chia come casamatta intellettuale e grimaldello ermeneutico e non come puro e semplice locus amoenus. A partire dal 2003, tutt’intorno alle sue mura ma anche all’interno del loro perimetro ho più volte vissuto la gioia di svolgere pubbliche narrazioni e condurre affollate passeggiate di Banda del racconto.

L’ultima occasione per una visita, stavolta privata, resa possibile sempre dalla cortese disponibilità della proprietaria, è stata quest’estate: ero in compagnia del noto romanziere iberico – nonché uomo di luminosa umanità – Juan Manuel De Prada, rimasto letteralmente incantato dall’aura di un luogo ove il messaggio pasoliniano serenamente aleggia ancora. E commuove.

Leggere l’articolo di Camilli, d’altro canto, lascia davvero desolati. Personalmente appartengo da anni alla schiera di coloro ogni giorno ricordano a sé stessi il disincanto intonato da Rutilio Namaziano – accadeva al tramonto dell’impero romano d’Occidente – ai piedi delle mura della città-fantasma di Populonia: “E ti meravigli che un uomo possa morire, quando intere città lo fanno?”. Né da anni siedo più al computer pronto a nuovi proclami per nuove battaglie di tutela, salvaguardia e valorizzazione: da certe tentazioni mi guarirono e immunizzarono, a suo tempo, gli effetti collaterali paradossali della battaglia nota come “Salviamo l’Arcionello”. Tutti ricorderanno come andò a finire, fu dieci anni fa esatti. Personalmente non ne vado fiero.

Ma fra le dichiarazioni dell’erede Pasolini, puntigliosamente riportate da Camilli, ce n’è una che mi ha particolarmente colpito, sollecitandomi a una riflessione più alta e appartata. Lamenta la signora Chiarcossi Cerami: “Tutto quello che propongo va a farsi benedire. Anni fa avevo proposto pure l’apertura della Torre. Però mi hanno detto che siccome non c’è più niente di Pasolini, allora la cosa non è di interesse.” Ecco, a colpirmi è proprio quel “siccome non c’è più niente di Pasolini” ecc.

E non solo e non tanto per la giusta quanto risentita condanna, da parte della proprietaria, di un certo ottuso feticismo e della sordida miopia sottesi a pensieri del genere (tanto più malinconico se a pensarli siano rappresentanti istituzionali di una comunità locale). Provo a spiegarmi…

Qualche giorno fa, per preparare la mia lectio inaugurale per la seconda edizione del master Dibaf – Unitus di I livello per “Narratori di comunità”, gravido di pensieri e sulle tracce del filosofo tedesco Martin Heidegger (a un suo controverso articolo del 1934 dal titolo “Paesaggio creativo: perché restiamo in provincia?” sarà dedicata la mia lezione) ero a Venezia.

Per visitare una stupefacente mostra – “Machines à penser” – tutta incentrata sul tema di solitudine e pensiero, straripante di feconde variazioni sul tema intorno a tre case-rifugio d’autore (“Macchine per pensare” appunto): la celeberrima baita fatta edificare da Heidegger ai margini della Selva Nera negli anni ’20 del ‘900; il rifugio tirato su più o meno negli stessi anni da Ludwig Wittgenstein ai margini di un fiordo nell’estrema Norvegia (davvero un finis terrae); la villetta dell’esilio a Los Angeles di Theodor Adorno perseguitato ebreo in fuga dalla Germania nazista. Laddove il discorso sulle tre diverse abitazioni svela inattesi fronteggiamenti e consonanze critiche fra pensatori pur così distanti, se non (almeno all’apparenza) irriducibili.

Con un’idea critica che, chiarissima, s’impone dappertutto, lungo il percorso espositivo, attraverso (e grazie) al ricco, prezioso, accurato, suggestivo allestimento: i nessi multiversi tra la forma dell’abitare (la casa-rifugio) e il pensiero di ciascun autore rappresentano un dato critico-interpretativo assolutamente sensibile. Altro che compiacimenti per un pittoresco “buen retiro”. Altro che feticismi. Bastano le nude pareti, basta il tetto che le copre ed ecco: l’esserci della casa ci disvela il paesaggio circostante.

Alla lettura del pezzo di Camilli, questo brusio poetico di pensieri che mi rimuginavo dentro per tutto ciò che avevo ammirato a Fondazione Prada in Calle della Regina, si è impennato in canto. Tira aria di famiglia tra le case-rifugio-pensiero dei tre grandi filosofi e Torre Pasolini a Chia.

E qualcosa del friulano aleggia ancora da queste parti. Se è vero, come è vero, che – a parte il carisma della sua superba-paradigmatica collocazione nel panorama delle forre viterbesi e a parte la sua lunga, turbolenta e appassionante storia – il Castello di Colle Casale è ormai da anni divenuto meta di un poetico e silenzioso, nostalgico quanto discreto turismo-pellegrinaggio di una specie-speciale, colma d’amore e religioso rispetto. Gente che arriva in cerca dello spirito pasoliniano.

E se è vero, come è vero, che sempre affollate risultano – specie da giovani che del friulano tornano a leggere opere e versi, ad ammirare le pellicole – le occasioni-manifestazioni in cui il castello spalanca le sue porte. Al mondo c’è speranza finalmente.

Perché questo piccolo popolo, festoso e senza nome, ha saputo capire da sé, senza passi intermedi semplicemente ascoltando il paesaggio della Torre in ciò che essa ha da dirci, quel che amministratori e istituzioni purtroppo (fatte salve le solite lodevoli isolate eccezioni), malinconicamente impantanati nelle metafisiche della burocrazia e ottenebrati dagli abbagli di un progresso come falso progresso, non potranno capir mai: che il Poeta abita ancora e sempre qui. E proprio la sua Torre lo racconta.

Antonello Ricci


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5 novembre, 2018

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